Il libro
Basta archistar! Spartaco Paris rilancia l’architettura come arte civica
Nel panorama della saggistica contemporanea, ma ancor di più nella cronaca, la figura dell’architetto sovrasta quasi sempre l’opera, fino a diventarne l’unico metro di giudizio. Il libro di Spartaco Paris, “Amiamo l’architettura. Sul destino incerto di un’arte civica” (edito da Laterza), ribalta questo paradigma e, con un’operazione di necessaria pulizia intellettuale, rimette al centro l’opera rispetto all’autore. Il cuore del saggio non batte per la celebrazione del “genio” solitario, ma per l’oggetto stesso della disciplina: lo spazio costruito e il suo impatto sulla vita umana.
Amiamo l’architettura, ma non necessariamente gli architetti! Questa sembra essere la tesi di fondo dell’autore che, attraverso un colto excursus sulla produzione contemporanea, smantella la narrazione imposta negli ultimi decenni dal fenomeno delle archistar. Queste figure hanno spesso trasformato i luoghi in “loghi”, realizzando architetture autoreferenziali nate più per stupire le giurie dei concorsi internazionali che per dialogare con la comunità e il quartiere. Si è creata una distanza siderale tra chi disegna e chi abita, tra progettista e fruitore, che ha alimentato quel risentimento popolare già denunciato da Tom Wolfe nel lontano 1981 con il celebre pamphlet “Maledetti architetti!”. Quella di Wolfe era la provocatoria reazione di chi si sente vittima di esperimenti estetici non richiesti; di chi subisce piazze inospitali o periferie alienanti nate da un tecnicismo privo di empatia.
In questo senso, Paris inverte la rotta. Il suo sguardo restituisce all’architettura la dignità che le spetta: non come “oggetto d’arte” da museo, ma come infrastruttura della felicità (o dell’infelicità) pubblica. Spostando l’architetto sullo sfondo, il libro permette al lettore di riscoprire la materia, la luce e la funzione. L’architettura smette di essere il capriccio di un individuo e torna ad assumere una responsabilità collettiva. Paris ci invita ad amare questa disciplina non per un’astratta bellezza estetica, ma perché essa rappresenta lo scenario in cui si svolge la nostra intera esistenza. L’approccio dell’autore funge da monito: quando l’architetto scompare dietro la sua opera, significa che l’opera funziona. Un edificio riuscito non dovrebbe gridare il nome di chi l’ha progettato, ma sussurrare un invito a restare, a incontrarsi, a vivere.
Il libro analizza come qualità tecnica e poetica debbano fondersi per rispondere a bisogni reali, smorzando quella tensione che ha reso la professione “maledetta” agli occhi dei più. Il cittadino medio, infatti, percepisce spesso l’architetto come un demiurgo distante, un intellettuale chiuso in una torre d’avorio che impone la propria visione del mondo senza ascoltare i desideri della collettività. “Amiamo l’architettura” agisce come un ponte. Esorta il lettore a “leggere” lo spazio, fornendogli gli strumenti per riappropriarsi del proprio diritto alla bellezza. Se impariamo a valutare l’architettura per ciò che offre e non per la firma che porta, costringiamo indirettamente i progettisti a tornare a terra, a “sporcarsi le mani” con le necessità del quotidiano.
Il saggio di Paris è un invito alla partecipazione nel senso più nobile del termine. L’architettura non è un destino subìto, ma un processo culturale che richiede un pubblico consapevole e critico. Solo mettendo in primo piano la qualità dello spazio potremo trasformare l’ostilità in una nuova alleanza tra chi progetta e chi vive. Un libro essenziale, in particolare per i giovani professionisti, per smettere di guardare le facciate e iniziare, finalmente, a vedere l’architettura nella sua profonda complessità.
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