“Ogni corpo è valido e degno di rispetto. E quando diciamo ogni corpo, intendiamo davvero ogni corpo”. Determinate, giovani e ambiziose Mara Mibelli e Chiara Meloni, le due autrici del progetto Belle di Faccia nato su Instagram ormai due anni fa, ci spiegano così il messaggio che vogliono veicolare attraverso la loro associazione. La notorietà è arrivata quando il problema body shaming era ormai ad un punto di non ritorno. Con la loro idea di body positivity e fat acceptance hanno portato una ventata di autostima e di lotta alle discriminazioni sull’aspetto fisico, sia sui social che nella vita reale.

Magliette, tazze, post, ogni oggetto può essere utile per incentivare l’accettazione di sé. Per questo le creazioni da loro realizzate hanno permesso al loro grande impegno di diventare un grande successo, ma soprattutto un punto di riferimento per molte ragazze. In un periodo così florido e pieno di lavoro, le due giovani ragazze originarie della Sardegna hanno annunciato da poco una breve pausa dai social per dedicarsi a “progetti immensi, sorprendenti, incredibili di cui avrete notizie presto”. 

Come nasce il vostro progetto?
Belle di faccia è un progetto che nasce a Dicembre del 2018 dall’esigenza di discutere di body positivity e di fat acceptance da una prospettiva politica e femminista perché, a nostro avviso, il movimento in Italia è arrivato nella sua versione edulcorata e mainstream, fatto di slogan vuoti che attribuiscono all’individuo la responsabilità di amarsi e di accettarsi, caricandoci dell’ulteriore pressione di fare pace con noi stesse mentre il mondo intorno trova i nostri corpi sconvenienti e rivoltanti.

Secondo voi, da cosa dipende il body shaming?
Be’, si può dire che i maggiori responsabili sono il patriarcato e il capitalismo? Viviamo in una società eteronormativa in cui i ruoli di genere giocano una grossa parte in ciò che pensiamo dei corpi e di come dovrebbero apparire. Gli stereotipi femminili e maschili vogliono un corpo virile che al meglio incarni la forza e l’autorità dell’uomo, quelli femminili vedono nel corpo della donna la rappresentazione delle qualità che ci si aspetta da una donna come si deve: grazia, eleganza, delicatezza. Un uomo esile non è virile abbastanza, una donna esile non sarà sensuale abbastanza, senza “le curve al posto giusto”. E se un uomo e una donna etero, magari bianche (il femminile universale è intenzionale) e magari cisgender vivono la pressione degli stereotipi di genere, c’è tutto un mondo là fuori che non viene spesso tenuto in considerazione da chi parla di body positivity: l’esperienza delle persone queer, delle persone disabili, delle persone non binarie.
Ci sentiamo però di aggiungere una doverosa specificazione: c’è differenza una grossa differenza tra fat shaming e body shaming. Il body shaming colpisce chiunque perché l’ideale di bellezza è talmente irreale che nessuna riesce ad uscirne illesa, ma il fat shaming porta con sé una serie di stereotipi che hanno a che fare con quello che ci è stato insegnato sull’essere grasse che vanno dalla pigrizia, all’avidità e voracità, alla sedentarietà. Il disprezzo per il grasso si traduce in discriminazioni in ambito lavorativo, in diagnosi superficiali a causa del bias medico, in problemi di accessibilità a luoghi pubblici ecc.
Voi promuovete la body positivity per favorire l’accettazione di sé e del proprio corpo. Credete sia un modo per riuscire a debellare il body shaming?
In realtà, no. Noi siamo delle attiviste femministe per la body positivity e la fat acceptance ma non pensiamo che sarà l’autostima a risolvere il body shaming, in fat shaming e tutte le discriminazioni legate ai corpi non conformi come l’abilismo e la transfobia. Non basterà dire “Ma io mi piaccio” a chi in fase di colloquio ti discrimina perché non ti ritiene di bella presenza, o perché disabile, o perché  trans. Questi erano movimenti politici nati dal femminismo della seconda ondata, non si è mai parlato di autostima ma di rivoluzionare una società eteronormativa e patriarcale che vede le donne come oggetti decorativi sullo sfondo e che le demonizza quando invece hanno un’opinione e la difendono, una società in cui gli uomini stessi sono intrappolati nella mascolinità tossica e una performance di genere che non ha niente di biologico o naturale, e in cui chiunque si discosti da ciò che questa società intende per normale sia tenuta ai margini.
Il body shaming è un fenomeno che esiste da sempre, ma l’avvento dei social e delle influencer ha permesso una risonanza maggiore. Le foto patinate, i filtri usati sui vari social possono distorcere la percezione del proprio aspetto fisico. Voi cosa ne pensate?
Francamente non siamo d’accordo con questa descrizione dei social, perché il body shaming e gli standard di bellezza esistono da molto prima di instagram e facebook. Noi nello specifico, ma anche moltissime altre persone, siamo entrate in contatto con la body positivity, seppure nella sua versione mainstream, grazie ai social. Grazie a foto di modelle e fashion blogger curvy prima, e attiviste poi, che si mostravano sui social vestite come noi, cresciute negli anni 90 con trend come l’heroine chic, non avremmo mai pensato di poter fare. Mentre i giornali continuavano a venderci la dieta del limone, della bacca di goji, il detox prima delle vacanze, la crema per debellare i fastidiosi inestetismi della cellulite, sui social abbiamo trovato una diversità e una rappresentazione che tutt’ora i giornali si sognano.Cosa ne pensate della chirurgia estetica?
Che ogni donna è libera di fare ciò che vuole del proprio corpo e che non dovremmo incolpare chi decide di modificarlo. In una società che discrimina soprattutto le donne per il proprio aspetto, non possiamo anche incolpare chi prova a perseguire un ideale di bellezza inarrivabile e ognuna fa ciò che può per sentirsi a suo agio con sé stessa. Il femminismo è libertà di scegliere. Anche se le nostre scelte sono condizionate sempre dall’esterno.

In questi ultimi giorni Chiara Ferragni ha pubblicato una foto su Instagram in cui ha mostrato il suo lato B. Un utente le ha fatto notare come lei non avesse cellulite. Prontamente l’imprenditrice ha postato una storia in cui si vedeva chiaramente la buccia d’arancia. Ma nei giorni successivi ha pubblicato un selfie con la didascalia “naturalize human bodies”. Perchè non mettere quella con le imperfezioni? Perché lasciare il messaggio che tutte abbiamo delle imperfezioni se sui social non vengono pubblicamente mostrate?
Diciamo che non è così che vorremmo affrontare la questione Chiara Ferragni. Noi abbiamo 42 mila follower e spesso riceviamo una mole tale di insulti intrisi di odio e disprezzo da non riuscire a dormire la notte, non osiamo pensare cosa voglia dire avere quella visibilità ed essere sempre sotto l’occhio del ciclone. Il problema col post di Chiara Ferragni è un altro. Non si può parlare di normalizzare i corpi umani quando fino a pochi mesi prima condivideva fotomontaggi del tuo corpo reso grasso. Molti ci hanno accusate di essere delle femministe guastafeste che non sanno farsi una risata. Ed è qui che sorge il problema: un corpo grasso è ridicolo e vi fa ridere. Chiara è seguita da milioni di persone, molte sono adolescenti, non ci sembra così difficile comprendere che chi ha un corpo come quello che era tanto divertente per Chiara, si sia sentita ridicolizzata e sbagliata magari proprio da chi vede in lei un esempio e un idolo. E poi, Chiara, per normalizzare tutti i corpi potrebbe fare taglie più inclusive, utilizzare modelle disabili, nere, grasse, di diverse body shape. Quando pensiamo a un brand che tutte queste cose le fa ci viene in mente Savage x Fenty, non Chiara Ferragni collection. Ha il potere di far aumentare le visite agli Uffizi, di raccogliere grosse somme di denaro per creare reparti di terapia intensiva, se volesse davvero essere inclusiva, potrebbe e ci riuscirebbe. Per essere femministe non basta indossare una maglietta con uno slogan di Chimamanda Adichie Ngozi, bisogna agire. E lei ne avrebbe tutte le capacità e opportunità e speriamo un giorno di poter assistere a questo cambiamento.

Quindi qual è il rimedio per combattere il body shaming che colpisce tutte, famose e non?
Per combattere il body e fat shaming dovremmo innanzitutto educare il nostro occhio alla diversità dei corpi, smettere di parlare così tanto di bellezza e di aspetto fisico, non solo sulla carta stampata o in TV, ma anche nella nostra vita privata. Passiamo il nostro tempo a sezionarci e sezionare le altre persone, ma quando smetteremo scopriremo più indulgenza nei nostri confronti e in quello delle altre. Normalizzare i corpi disabili, di ogni taglia, forma, colore, vuol dire anche portare davvero la diversità nei prodotti mediatici e smetterla di spacciare l’ideale di bellezza occidentale come l’unico esistente e valido.