La caccia ai “furbetti del bonus”, le accuse indiscriminate dell’Inps, Luigi Di Maio contro il diritto alla privacy, la folla inferocita e l’ennesimo enorme e confuso processo sommario alla “casta politica”: alla vigilia del referendum confermativo sul taglio dei parlamentari ecco il nostro incubo populista di una notte di mezza estate. Andata in ferie la politica, puntualissimo il giallo da sdraio. Ancora ignari di come verranno spesi i 209 miliardi del Recovery Fund, ci siamo lanciati alla ricerca dei cinque -nel frattempo diventati tre- parlamentari italiani che durante il lockdown hanno richiesto e poi ottenuto i bonus di 600 euro mensili garantiti dal decreto Cura Italia ai lavoratori autonomi e alle partite Iva colpite dalla crisi sanitaria.

Non ci sarebbe molto da aggiungere: se alcuni rappresentanti delle istituzioni, pagati circa 12000 euro al mese, sfruttano un bonus del governo pensato per i disgraziati che hanno perso clienti, botteghe e stipendio a causa del Coronavirus, non commettono necessariamente un illecito ma una sgradevole furbata e un atto politicamente balordo. Se confermata la liceità della sgradevole iniziativa, questi parlamentari sarebbero semplicemente da non ricandidare, certamente non da rinchiudere in carcere. Ma lo scandalo, lanciato da Repubblica e basato sull’inchiesta della direzione centrale Antifrode, Anticorruzione e Trasparenza dell’Inps, l’organo anti-truffe creato da Pasquale Tridico, sta provocando un autentico tsunami di populismo e antipolitica. Anche perché l’Inps, con il suo documento-inchiesta ha creato un immenso e caotico calderone di “furbetti del bonus”, avendo inserito non solo i cinque -diventati tre- parlamentari fantasma ma circa 2000 politici nostrani, tutti “colpevoli” di aver richiesto il bonus di 600 euro garantito dal decreto Cura Italia. Ci sono, non citati, governatori di regione, sindaci, assessori locali, consiglieri regionali e comunali.

Così in un Paese che non è diventato migliore a causa del Covid, semmai più povero e frustrato, è sorta subito “Bonusopoli”, una specie di Tangentopoli senza neanche magistrati e l’ombra di un reato, ma con simili furie e giustizialismi anti-casta. Sui social mancano solo i forconi, e se la frustrazione contro la furbizia di un deputato, rappresentante del popolo ben pagato, è almeno comprensibile, la crociata contro i consiglieri e assessori comunali appare quantomeno fuori fuoco. Come si fa a stigmatizzare la richiesta del bonus da parte di amministratori locali, possibilmente di piccoli comuni, che a seduta prendono 20 euro lordi di diaria? E siamo certi che i consiglieri delle grandi città siano davvero resi ricchi dalla politica o comunque siano avulsi da bisogni o problemi economici? Intanto è partita la caccia ai politici. Logorata da questa strana inquisizione estiva, la consigliera comunale di Milano Anita Pirovano è uscita allo scoperto, facendo coming out: «Sarei coinvolta nello scandalo dei furbetti del bonus e mi autodenuncio. Non vivo di politica perché non voglio e non potrei».

La donna, laureata in Psicologia, svolge “lavori e consulenze per scuole e università”. Su Facebook ha spiegato di avere “un reddito annuo dignitoso e nulla di più” e un “mutuo”. La consigliera ha chiarito che “l’impegno a Palazzo Marino” non le garantisce né “un’indennità né i contributi Inps”. È probabilmente la verità ma i commenti in rete sono stati spietati, nell’apoteosi di un populismo feroce che non guarda in faccia nessuno e non sa distinguere tra parlamentari e consiglieri locali, persone benestanti e persone normali, se non addirittura economicamente precarie. Un altro aspetto controverso è stato l’equivoco tra i dati dell’Inps, spiattellati dai giornali, e le informazioni in possesso tra i partiti. Così Ettore Rosato, coordinatore nazionale di Italia Viva, è stato costretto a chiamare il direttore dell’Inps Pasquale Tridico per farsi “rassicurare” sul fatto che tra i parlamentari furbetti non ci sono esponenti renziani, dopo un giorno e mezzo di tam-tam e condanne a mezzo social sul “parlamentare renziano ladro e infame”.

D’altronde l’ “Indovina chi” sui “furbetti del bonus” ha sì eccitato il dibattito pubblico e scosso i partiti, ma è avvinto da un alone di mistero alla Agatha Christie. E l’Inps, vincolata al rispetto della privacy ma donatrice di scoop ai giornali e di processi alla piazza, avrebbe svolto un “servizio pubblico barbaro”, secondo lo stesso Rosato. Intanto prosegue la sarabanda dell’indignazione dei leader, con Nicola Zingaretti che urla “vergogna”, Giorgia Meloni che invita i parlamentari a definirsi estranei allo scandalo su twitter (come se poi i colpevoli non potessero twittare falsità) e Luigi Di Maio che invoca “dimissioni immediate” e “iniziative parlamentari” per scoprire l’identità dei parlamentari furbetti, contestando di fatto il diritto alla privacy. L’ex capo politico del Movimento 5 stelle non ha rinunciato a fare da gran cassa alla rabbia d’agosto, attaccando su Facebook i “2000 politici che hanno richiesto il bonus”.

Per lui sono già tutti colpevoli. Anche se il reato non esiste e tra loro ci saranno sicuramente molti amministratori locali che fanno politica per passione, rimettendoci solo tempo e soldi. Per Di Maio i loro nomi devono essere “resi pubblici”. Una specie di messa alla gogna. Secondo i rumors, i tre ignoti “parlamentari furbetti del bonus” sarebbero due leghisti e un pentastellato. Nella Lega serpeggia l’imbarazzo per questi due esponenti ancora misteriosi ma già incandescenti. Pare che qualcuno avrebbe parlato di “disguido con il commercialista”, intanto Salvini tuona “sospensione immediata”. Ma in realtà con “Bonusopoli” sotto accusa è tutta la classe politica, dal parlamentare al consigliere comunale. Un pessimo momento prima del referendum confermativo sul taglio dei parlamentari di settembre. Ormai una triste formalità.