l bonus Iva percepito da parlamentari, amministratori e quant’altro a pelle è una schifezza. Non si tratta di essere populisti, né demagoghi.
Con migliaia e migliaia di partite Iva nei guai per colpa della pandemia, che il denaro pubblico finisca nelle tasche di chi non ne ha alcuna necessità fa risuonare ancora una volta i rintocchi delle campane a morto per la casta. Una casta che, in questi mesi, aveva tentato invero di rialzare il capo accreditando l’idea di saper governare in qualche modo il Paese, sia pure con miliardi e miliardi di elargizioni a pioggia distribuiti a destra e a manca.  Con un’operazione, del tutto consapevole a prima vista, che puntava a sostituire la demagogia dell’antipolitica con un populismo economico di stampo peronista e vocazionalmente bancarottiere.

Ci sono settori ormai ampi dell’establishment che non vedono di buon occhio questo tentativo corposo di riconquistare una centralità della politica. Tacciata un giorno sì e l’altro pure di incompetenza e incapacità, la “razza padrona” della classe dirigente italiana ha visto, dopo anni di stenti e austerità finanziarie, dispiegarsi innanzi ai propri occhi un’occasione straordinaria e irripetibile, quella di dispensare denari a pioggia a chiunque e in qualunque direzione senza dover tener conto di vincoli e reprimende eurocomunitarie. L’epidemia sanitaria ha inoculato nel corpo malaticcio e malfermo della politica italiana l’illusione di poter riconquistare consenso e prestigio mettendo a libro paga un’intera nazione in tutte le sue più minute articolazioni. Ciò posto non è un caso che, in queste ore, a lanciare fuoco e fiamme contro i furbetti del bonus siano proprio coloro i quali questa perfida e pericolosa onda dell’attacco al palazzo d’inverno del potere politico in Italia l’hanno inventata anni or sono, traendone benefici enormi, e non solo in termini di mera notorietà. C’è chi proprio non tollera che la politica abbia un consenso. La precarietà del governare è divenuta il modo d’essere del potere politico nazionale e da questa condizione di subalternità c’è chi trae vantaggi enormi a spese della collettività.

Comprendere lo scenario complessivo entro cui anche questa polemica agostana si dipana e arroventa non impedisce che possa causare fastidio il fatto che – da ogni parte – anziché fare ammenda per l’ennesima legge mal scritta e mal gestita, si voglia supplire alla piena legittimità delle elargizioni del bonus a qualche “immeritevole” con reprimende morali, stucchevoli quanto insopportabili. È il destino triste e oscuro cui il Paese si è consegnato da un paio di decenni: non conta che le norme siano rispettate e che le regole non siano state infrante. Perché esiste una superiore legge morale, amministrata da solerti Savonarola, in base alla quale si stabilisce, di volta in volta ossia per capita, che ciò che pur è del tutto legale deve essere o può essere giudicato come immorale se scrutato sotto i riflettori di una più alta etica pubblica.

Spiace citare per l’ennesima volta il compianto professor Sgubbi (Diritto penale totale Punire senza legge, senza verità, senza colpa. Venti tesi, Bologna, 2019), ma anche questa volta la sua analisi coglie nel segno: punire senza legge, ecco la spaventosa involuzione del principio di legalità e di libertà che il nostro Paese conosce da troppo tempo e cui tributa un prezzo enorme. È un’involuzione tragica che, ad esempio, dissuade chiunque dall’investire in Italia, che rende le indagini penali un torneo dall’esito imprevedibile, che attanaglia le libertà fondamentali, quelle economiche in primo luogo. Se il principio cardine delle democrazie liberali è quello per cui tutto ciò che non è vietato deve intendersi come consentito, il Tribunale supremo etico – che ha afferrato per la gola un popolo e che vorrebbe soggiogarlo – si pone sopra e oltre la legge e la Costituzione e si arroga il diritto di poter affermare, a propria discrezione, che ciò che è legale può essere immorale. Poco importa che un legislatore distratto e inetto, o anche solo liberale, abbia concesso varchi e aperto così la via anche a qualche mascalzone, tanto “superior stabat lupus” e, squadernando i codicilli di questa morale immanente e mai codificata, i sacerdoti dell’etica pubblica troveranno quale peccato sia stato commesso e quale infrazione debba essere portata al pubblico ludibrio.

In queste ore è un coro unanime: fuori i nomi dei profittatori. Certo, perché senza i nomi la gogna morale non è perfetta, senza i nomi tutto si ridurrebbe a dover ammettere che la legge è stata scritta in modo imperfetto e che tutto, alla fine, è legittimo, ossia ciò che davvero dovrebbe contare in una democrazia delle regole. In questi decenni il Tribunale supremo etico e le sue inflessibili vestali hanno sedato ogni horror vacui e colmato ogni interstizio a danno delle libertà individuali, minacciandole costantemente con reprimende morali distruttive e irreversibili. Un Paese così viene preso in ostaggio e tanto più il denaro pubblico scorre a fiumi verso i sudditi bisognosi, tanto più si accresce la possibilità di stigmatizzare questo o quel percettore, ieri per il reddito di cittadinanza, oggi per il bonus Iva, domani casomai per l’ecoincentivo di migliaia di euro che spetta anche per acquistare auto da nababbi. Si confeziona la regola giuridica e, poi, si copre ogni fuga e ogni crepa con la malta cementizia della morale, casomai la legge non fosse precisa, il Tribunale supremo è lì pronto a intervenire.

«Punire senza legge» è la più temibile deviazione che Filippo Sgubbi addebitava alla giustizia penale italiana dell’ultimo decennio, perché la vedeva protesa in modo preoccupante a elaborare giudizi morali e, poi, a cercare nelle pieghe del sistema il precetto da applicare. Ma quel sistema penale, così facendo, non si è ridotto ad altro che a funzionare come il braccio operativo – aggressivo e temuto – di una più grave e radicale deviazione dai valori liberali che tengono insieme una democrazia matura. L’assalto al principio di legalità e di libertà è la più pericolosa eversione democratica che sia in atto da tempo nel Paese e troppo pochi sono coloro i quali tentano di costruire argini e approntare aree con cui contenere e dare sfogo alla piena moralista.