Cominciano a intravedersi le prime informazioni sulla struttura del Recovery plan italiano (Next Generation Italia. Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in sigla Pnrr). Ciò che si legge, e soprattutto ciò che non si legge, lascia abbastanza delusi.  I processi di programmazione economica negli ultimi 20 anni applicati sui fondi comunitari hanno seguito alcuni trend importanti che hanno migliorato di molto la qualità della spesa, nonostante le notevoli difficoltà operative e di realizzazione delle attività.

In primo luogo ci si è spostati sempre più verso una programmazione partecipata, che coinvolgesse attivamente i principali stakeholder in modo da definire interventi che, partendo da fabbisogni concreti e potenzialità da esprimere, definissero il cosiddetto “priority setting”, individuando gli obiettivi da raggiungere. Un esempio? Le Ris (Strategia di specializzazione intelligente) hanno rappresentato un banco di prova importante per le nostre amministrazioni, facendo crescere la capacità di programmazione del sistema pubblico. Un’ulteriore spinta giunta dalla Commissione europea è stata quella tesa a spostare risorse da interventi a impatto immediato verso azioni che avessero una funzione “sistemica” e che facessero migliorare la qualità prospettica del Paese, possibilmente con un principio di continuità tra i vari cicli di programmazione.

Infine si è spinto molto sulla possibilità di verificare i risultati degli interventi e sulla misurazione degli impatti: la cosiddetta “accountability” è diventata negli anni un fattore di programmazione importantissimo, caratterizzando anche la struttura e l’organizzazione delle azioni avviate. Da quel che si vede finora nessuno di questi principi è stato rispettato nella definizione del piano, che di fatto per ora è soprattutto un’elencazione di titoli e un riparto tra linee non meglio identificate, messe lì per dare giustificazione a progettazioni definite con un approccio completamente top down e selezionate senza la definizione di criteri e soprattutto di obiettivi misurabili e quindi in grado di orientare (e di riorientare) l’attuazione dei singoli interventi in termini di struttura di governo, tipologia di soggetti, azioni da implementare, risultati attesi da raggiungere.

Le azioni di ascolto si sono limitate a una serie di incontri di carattere prevalentemente politico, privi di qualsiasi dimensione tecnica e pertanto inadatti a dare alla pianificazione quel carattere di esecutività necessario a qualificare i risultati ottenibili e, cosa ancor più preoccupante, senza un riscontro sull’impatto effettivo degli stessi. Il quadro di riparto strutturato su macrotitoli che mettono insieme linee di intervento molto ampie (innovazione, digitalizzazione, competitività e cultura, per esempio) e le risorse abbastanza scarse dedicate a ricerca e istruzione (poco più del 5% mettendo dentro anche parte dei fondi per la sanità) portano a valutare che le risorse saranno utilizzate principalmente per interventi di carattere contingente e avranno una ridotta capacità di modificare la struttura competitiva del Paese. La mancanza di una precisa visione strategica e soprattutto di obiettivi misurabili rende ad oggi inattuabile l’avvio di qualsiasi processo di accountability, anche in termini di benchmark con i cicli di programmazione precedente.

Purtroppo a questo quadro un po’ desolante si aggiunge la mancanza assoluta di chiarezza sulla struttura organizzativa per la gestione dei fondi, che sarebbe dovuta essere la prima scelta da fare, coinvolgendola anche nei processi di definizione delle scelte e di programmazione operativa. Senza dimenticare che l’obiettivo principale dei vari livelli istituzionali (soprattutto Governo e Regioni) si sarebbe dovuto concretizzare nel miglioramento degli “strumenti amministrativi” a disposizione degli attuatori, con una semplificazione capace di spostare i sistemi di verifica e controllo dall’aspetto tipicamente procedurale alla misurazione dei risultati. L’obiettivo è ad oggi completamente disatteso, sicché il quadro complessivo diventa pericoloso.

Affrontare un intervento di dimensioni mai viste in Italia (si parla di almeno cinque volte il quadro comunitario di sostegno ordinario) con gli stessi “tools” del passato e con una programmazione oggettivamente carente negli elementi di strategicità e valutazione ci espone al rischio del più grande fallimento della storia repubblicana. Purtroppo questo metodo sembra “fare scuola” anche a livello locale. La Campania ha pubblicato sul Burc e sul sito dedicato al Piano operativo Fesr un documento strategico che, nella presentazione che viene fatta, dovrebbe «garantire il pieno soddisfacimento dei bisogni quali la competitività, l’occupazione e lo sviluppo sostenibile attraverso processi attuativi di programmazione sinergici, efficaci ed efficienti, adeguati alle nuove condizioni del mercato del lavoro e del sistema di concorrenza a livello mondiale».

Siamo certi della buona volontà di chi ha compilato il documento, molto meno della capacità dello stesso di raggiugere gli obiettivi attesi: sembra avere in sé tutti i limiti della programmazione nazionale sia in termini di partecipazione che di strategicità e misurabilità dell’azione. Va salvato il principio corretto di integrazione delle differenti fonti finanziarie, ma a fronte di questo sembra mancare totalmente di capacità di indirizzo e non rappresenta una piattaforma su cui costruire processi di pianificazione operativa. La speranza è che ci sia una rapida inversione di tendenza che favorisca una riqualificazione dei processi di programmazione. Il rischio concreto, altrimenti, è di perdere l’unico vettore concreto di sviluppo che resta al Paese.