Dopo 48 ore convulse la partita tripla dentro la maggioranza trova una “soluzione soddisfacente” sul nodo del Mes per cui possiamo dire che oggi Conte non rischia nulla e sarà sostenuto dalla maggioranza acciaccata ma politica. Restano aperte invece quella sul Recovery plan e quella sulla tenuta del governo. «Rottura con Conte? Spero proprio di no ma temo di sì» ha ripetuto ieri Matteo Renzi che rinvia a gennaio il chiarimento – o regolamento di conti – con il Presidente del consiglio e il suo modo di gestire il paese. Anche il premier ha capito che quello di Italia viva non è un penultimatum ma un vero ultimatum.

A cui, tra l’altro, non è del tutto estraneo il Pd, molto critico seppure dalla seconde e terze file rispetto ai contenuti e al metodo del Pnrr, il Piano di ripresa e resilienza, la versione italiana del Recovery plan. Non è solo il tema della governance a restare indigesto, la tecnostruttura a piramide con cabina di regia a tre (Conte, Gualtieri, Patuanelli) e sotto i sei manager a capo di strutture di missione con dentro qualche centinaio di tecnici (prima trecento, ora un centinaio). Per renziani e Pd sono insostenibili i poteri speciali in deroga che il Piano prevede siano conferiti ai manager. E anche la suddivisione delle risorse nelle sei “missioni” che sono gli obiettivi del Piano. Alla missione Salute sono destinati solo 9 miliardi su 209 totali.

Il Consiglio dei ministri sul nodo Recovery sospeso lunedì causa Covid, rinviato a ieri mattina, poi di nuovo alle 16, è uscito alla fine dall’agenda di giornata. Se ne riparla stasera, forse. Dopo il voto del Parlamento sul Mes. Sempre che il premier riesca a trovare una valida alternativa al Modello di gestione del piano (la governance) che Teresa Bellanova, capodelegazione di IV al governo ha bollato davanti a Conte – e a Gualtieri e Patuanelli che l’hanno sottoscritta – come “opaca” e “anticostituzionale”. Per Renzi si tratta di parziali di partita importanti in suo favore: ha messo sul tavolo il problema governance del Recovery plan di cui molti tra i parlamentari si lamentavano da giorni senza però arrivare a sollevare veramente il problema; ha evitato che il pacchetto di norme relative al Piano, comprensivo dei super- poteri ai super-manager, fosse inserito nella legge di Bilancio, a tutti gli effetti un piccolo golpe. Il Recovery sarà oggetto di un decreto a parte. Ma la partita vera sarà a gennaio, una volta licenziata la legge di Bilancio quando Renzi tonerà a chiedere la verifica sull’azione e sulla squadra di governo. Squadra su cui il Pd e anche Di Maio hanno dubbi. Zingaretti, Bettini, i capigruppo Delrio e Marcucci, il Ministro Guerini hanno più volte sollecitato Conte su questo.

Due, s’è detto, le criticità del Pnrr: la struttura di gestione e i poteri in deroga dati ai manager; la suddivisione delle risorse. I renziani chiedono di ripensare la struttura di gestione, nei fatti un governo ombra, estraneo all’amministrazione dello stato, che svuota parlamento, governo, pubblica amministrazione e regioni (“anticostituzionale”), selezionato con criteri “opachi” (i manager possono essere chiamati da società private). A pagina 96 della bozza del Piano sono elencati i poteri speciali che Conte intende dare ai manager: meccanismi che «agevolino l’individuazione dei progetti e delle opere ed assicurino che non possano sorgere questioni tra Stato e Regioni»; «che consentano di definire dall’inizio il quadro normativo ed amministrativo di ciascun intervento»; «che semplifichino ad accelerino i lavori della Conferenza dei servizi, della Valutazione di impatto ambientale e l’automatica variazione dei poteri urbanistici».

In pratica il modello Genova applicato a tutta Italia dove però i commissari non sarebbero sindaci o governatori ma manager privati. Se uno degli obiettivi del Piano è quello di rendere moderna ed efficiente la nostra pubblica amministrazione che finora, colpa anche della burocrazia, non è stata in grado di spendere fondi spesso rimasti inutilizzati, mettere da parte del tutto la macchina pubblica e sostituirla con un organismo parallelo vuol dire rinviare e non risolvere il problema. Dubbi anche sulla suddivisione dei fondi: 75 miliardi alla “rivoluzione verde”, 49 alla digitalizzazione, 28 alle infrastrutture, 19,2 per Istruzione e ricerca, 17,1 per parità di genere, coesione sociale e territoriale (qui ci sono anche sport e terzo settore) e 9, solo nove miliardi per la Sanità. Così suddivisi: 4,8 per la telemedicina e l’assistenza di prossimità; 4,2 per innovazione, ricerca e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria. Nulla per medici, infermieri e strutture.

Si potrebbe pensare che se il Pnrr prevede così poco per la sanità e visto che il ministro Speranza ha prodotto un piano che vale circa 40 miliardi, il resto dei fondi arriverà dal Mes “sanitario” (37 miliardi). Ma così non è a leggere la risoluzione di maggioranza su cui dopo quattro giorni di riunioni ieri pomeriggio è stato raggiunto l’accordo tra tutte le forze di maggioranza. È la risoluzione che sarà messa ai voti oggi in aula dopo le comunicazioni di Conte e che riguarderanno nello specifico le modifiche al Trattato del Fondo salva stati (per cui il premier deve avere mandato pieno in vista del Consiglio europeo di giovedì e venerdì) ma non la parte del prestito sanitario. I 5 Stelle volevano escludere in modo tassativo la parte del prestito. Pd, Iv e Leu chiedevano il contrario. La mediazione è un gioco di parole che tra “logica di pacchetto” e il rinvio ad ogni decisione sul prestito sanitario “dopo attento dibattito parlamentare” dimostra tutta la fragilità dell’equilibrio raggiunto. Infatti Italia viva ha dato il via libera. Ma prima di firmare vuole oggi ascoltare tutte le parole del premier.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.