O la invadono o la prendono a calci. Povera Calabria. Ieri il governo ha indicato per un ticket-sanità Eugenio Gaudio, nato a Cosenza ma subito espatriato in altre città italiane, anatomopatologo, senatore democristiano quando nell’arco di quattro anni (1972-1976) si erano susseguiti cinque governi, poi rettore della Sapienza, e Gino Strada, medico di frontiera e costruttore di ospedali nelle zone di guerra, il quale dovrebbe far parte della squadra con una delega speciale per affrontare il Covid. Dovrebbe, perché in serata il fondatore di Emergency ha precisato con fermezza che «questo tandem semplicemente non esiste. Ribadisco di aver dato al Presidente del Consiglio la mia disponibilità a dare una mano in Calabria, ma dobbiamo ancora definire per che cosa e in quali termini». Non è quello che la Regione si aspetta per affidare la salute dei propri cittadini, ma anche la gestione manageriale di una struttura da troppo tempo traballante nelle mani di papi stranieri.

Chissà se la storia calabrese avrà una cesura, o se si riterrà di combattere il Covid-19 come se fosse la mafia. O se si continuerà a pensare che servono carri armati e retate, perché tanto in Calabria tutto è ‘ndrangheta. Per fare un esempio, solo uno come il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri poteva accompagnare alla parola “ossigeno” l’aggettivo “illegale”. Ossigeno è la vita, l’aria e una certa euforia che vi si accompagna. È anche salute e aiuto e supporto e ritorno alla tonicità perduta. Ma se stai lanciando un libro nel mercato natalizio e devi far concorrenza non solo a Bruno Vespa ma anche allo squadrone di virologi, anestesisti e aspiranti tali che si stanno esercitando nella letteratura epidemiologica, non puoi che aggiungere alla tua tematica di competenza, cioè l’illegalità, la parolina magica acchiappa-lettori in tempo di Covid: ossigeno.

Ossigeno illegale è il ventesimo libro che il procuratore capo di Catanzaro scrive insieme al giornalista Antonio Nicaso, che è nato in Calabria e vive in Canada. Due decine di testi per ripetere un concetto su cui Gratteri è molto ferrato: esiste in Calabria (e non solo) un insieme di interessi convergenti che tengono insieme la criminalità di origini contadine, l’impresa, la finanza e la politica. Si chiama ‘ndrangheta, e i suoi soldi sono quelli che “danno l’ossigeno all’economia legale”. Lo ha ripetuto ieri nell’ennesima intervista alla Stampa. La parola “ossigeno” è la stonatura che calpesta la salute dei cittadini calabresi, in una Regione in cui è prevalsa la forza prepotente di chi, volendo ridurre tutto a mafia, ha finito con il rendere sempre più fragile l’economia, più blindata la sanità e in definitiva più forte la stessa attività criminale. Il perenne commissariamento della salute dei cittadini calabresi e l’introduzione di un generale di corpo d’armata a occuparsene, hanno reso cronica la piaga di un sistema che andava riformato e invece è stato ancor più burocratizzato.

La liaison tra Gratteri e il generale Cotticelli, predecessore dimissionario di Giuseppe Zuccatelli che ha lasciato ieri, ha fatto il resto. Possibile che un commissario di fresca nomina, non appena arriva in una Regione, vada come prima cosa a omaggiare il procuratore della repubblica? Soprattutto quando questi è il protagonista di scenografiche operazioni di polizia troppo spesso smantellate dai magistrati che successivamente se ne occupano? Sempre più la Calabria appare come terra di conquista, un posto dove mandare generali dei carabinieri o rettori in pensione o addirittura un medico abituato ad aprire ospedali in zone di guerra. Pare quasi a tutti indifferente il fatto che il generale Cotticelli vedesse (o non vedesse) con un certo sdegno le scartoffie del Piano-Covid, quasi non fosse materia adeguata alla sua luminosa carriera, ma burocrazia da impiegatucci.

E che Giuseppe Zuccatelli addirittura, mentre ancora sfilavano le bare delle migliaia di morti contagiati dal virus, avesse lo stomaco di scherzarci sopra, con battute di cui solo ora si sta scusando, ma che non avrebbe dovuto pensare né fare neanche in osteria. Indifferenza o criminalizzazione. Ecco l’atteggiamento di chi pensa di poter colonizzare la Calabria. E in mezzo a questa compagnia di giro ancora lui, Nicola Gratteri. Che si occupa anche di sanità, ma solo per dire che, se in Calabria il sistema non funziona, la responsabilità è sempre del solito gruppo di potere fatto di impresa, politica e mafia. Neanche l’istituzione della zona rossa gli basta, perché non può fermare la ‘ndrangheta. Dovrebbe invece, dal suo punto di vista di magistrato, esser grato a tutto ciò che, tenendo le persone il più possibile in casa, riduce anche, come è accaduto nei mesi del lockdown, le percentuali della commissione dei reati. Ma il procuratore non ne è persuaso, neanche davanti ai dati acquisiti e diffusi dal ministero dell’interno.

È convinto che i mafiosi si rafforzino di fronte a qualunque difficoltà e che siano così potenti da poter camminare per la strade quando agli altri è impedito. E che le loro “menti raffinatissime” siano in grado di mettere in piedi una sorta di internazionale smart working del crimine anche all’interno della zona rossa. Sono questi i fardelli che schiacciano i cittadini calabresi. Una storia che ha frenato le grandi capacità nei settori dell’artigianato e del turismo e ha consentito che nulla scalfisse i veri poteri ingessati anche nella sanità, pubblica e privata. Si è proceduto con i carri armati e le retate, con un magistrato che si crede poliziotto e un generale che sogna di sedersi al fianco del piemme-poliziotto per indagare su chi gli ha impedito per due anni di fare il proprio dovere. E si sta cercando di continuare con chi ha insegnato nelle università insieme a chi, da medico, ha combattuto al fronte. Ci vorrebbe davvero, a questo un punto, un po’ di ossigeno. Lasciate respirare i cittadini calabresi, per favore.