La seconda ondata della pandemia ripropone un tema importante che ancora non ha trovato una risposta a livello istituzionale e riguarda il corretto funzionamento delle Camere, i “templi” della nostra democrazia. Per questo motivo è necessario creare le condizioni per evitare che il Parlamento continui a essere “un’anatra zoppa” e che, sottotraccia, la pandemia realizzi di fatto una “distorsione” della democrazia.

I parlamenti sono i luoghi dove vengono proposte, discusse e approvate le leggi ed è fondamentale che l’attività legislativa e di indirizzo non abbia interruzioni. Deve essere garantito che tutti i parlamentari, che sono stati eletti dai cittadini, possano partecipare ai lavori e poi al voto. È un diritto ma è anche, non dimentichiamolo, un dovere.
Ma se una pandemia, o altra tragedia come il Covid, impedisce che deputati e senatori siano presenti in aula dobbiamo per questo chiudere il Parlamento? O accettare che funzioni a ranghi dirotti, non per scelta, ma per causa di forza maggiore?

Oggi più che mai occorre andare alla sostanza delle cose e compito di tutti, maggioranza e opposizione, dovrebbe essere quello di salvaguardare la democrazia che si esprime anche, e spesso soprattutto, con il voto. In caso contrario si accetta, o si subisce, di vivere in una democrazia dimezzata. È davanti agli occhi di tutti, che in questi mesi il nostro Parlamento ha fatto il possibile, ma di certo non ha potuto operare come sarebbe stato utile, giusto e doveroso.
Ecco perché non è più procrastinabile un intervento normativo che permetta in circostanze eccezionali un funzionamento pienamente efficace delle camere.

Non è accaduto così al Parlamento Europeo. Bruxelles, sotto la guida di David Sassoli, ha reagito con prontezza alla nuova situazione, sviluppando sin da marzo un sistema di voto da remoto che funziona bene e ha dato risultati inaspettati. Gli europarlamentari dei 27 Paesi dell’Unione, ognuno costretto da limitazioni anche diverse, da mesi si collegano con le aule del Parlamento, se non possono andare a Bruxelles o sono costretti a restare a casa loro.  Nella sessione plenaria di ottobre – che in tempi normali si sarebbe svolta a Strasburgo – si sono registrate, tra emendamenti e voti finali, oltre 1500 votazioni ed è stata garantita l’attività delle commissioni e dei singoli gruppi parlamentari. È stato possibile confrontarsi, trovare mediazioni, proporre emendamenti che sono stati regolarmente votati.

La procedura è molto semplice: basta disporre di un pc o di un tablet, e accedere alla seduta con un link inviato dal Parlamento. Se si vuole intervenire in Commissione basta schiacciare un tasto e chiedere la parola. L’elenco degli emendamenti viene inviato alle singole caselle di posta elettronica e il modulo che li contiene viene compilato da ognuno con il voto a favore, contrario o con l’astensione. Il modulo viene poi stampato, firmato e inviato con lo scanner al Parlamento. Analoghe le modalità per il voto finale. Tutto avviene in modo semplice, sicuro e garantito.
Questo metodo ha permesso in questi mesi il regolare funzionamento dell’istituzione; i deputati hanno potuto fare il loro dovere ed esercitare il mandato, intervenendo nella plenaria, nelle commissioni e hanno potuto votare anche quando lo scrutinio era segreto.

Il meccanismo utilizzato dal Parlamento europeo può essere ripreso senza difficoltà dal nostro Parlamento che ha tutte le potenzialità per adeguarsi alla nuova realtà conciliando rapidità delle decisioni, rispetto delle procedure, rappresentanza e tutela della salute. Può non piacere, né essere semplice, ma trovare un giusto equilibrio è necessario.
Il passo in avanti è bloccato perché c’è chi sostiene che una simile innovazione può essere attuata solo con una modifica costituzionale. Dubbio comprensibile in quanto l’art 64 della Costituzione prevede che le deliberazioni di ciascuna Camera non siano valide «se non è presente la maggioranza dei loro componenti». Si parla di presenza, ma i costituenti non potevano certo immaginare che settant’anni dopo ci sarebbero state tecnologie che permettono di “essere presente” anche a distanza. L’era di Internet non deve cambiare la sostanza, ma la forma sì.

Già adesso, del resto, i deputati in missione, che quindi non sono fisicamente presenti, non vengono considerati assenti nel conteggio per il raggiungimento del numero legale. Chi è “indisposto” è spesso considerato “in missione” per evitare di bloccare i lavori parlamentari. Ma vi sono anche altre considerazioni che spingono al cambiamento: la partecipazione a distanza è già da tempo realtà in molti Paesi europei e non europei ed è funzionante in alcuni Consigli regionali (Toscana, Campania, Friuli Venezia Giulia) e in tanti Comuni, piccoli e grandi.

È evidente come il tema relativo alla gestione dei lavori d’aula sia non solo attualissimo, ma fondamentale per le istituzioni democratiche. Intervenire non solo è possibile, ma è anche doveroso e urgente: non si potrà più dire «non ci abbiamo pensato perché eravamo certi che non ci saremmo mai trovati in una situazione simile».