Mi chiedo come sia possibile che si protragga la surreale vicenda del Parlamento italiano, e in particolare della Camera dei Deputati, trasformato, io credo, in un focolaio di contagio fra i più grandi d’Europa. È una questione sottaciuta, certo non di primaria importanza per il Paese, ma pericolosa. Da settimane ci riuniamo alla Camera in 630 deputati più funzionari e addetti all’interno di un emiciclo senza finestre, pieno di vecchissima moquette, stipati come sardine, raccolti oltre ogni tollerabile concetto di assembramento nonostante ci abbiano consentito di collocarci anche nelle aree originariamente destinate a stampa e pubblico per ampliare un po’ le dimensioni di un’aula in cui gli spazi sono alquanto stretti. Non rispettiamo la distanza prescritta, né quella precedente di un metro né tantomeno quella attuale di due metri.

Ci prendono la temperatura all’ingresso, ci fanno indossare la mascherina, sospendono i lavori ogni tre ore per la sanificazione, ma nessuno sta calcolando cosa accade in quell’arco di tempo in cui ci urliamo addosso selvaggiamente come è accaduto due giorni fa in una disputa sui lavoratori frontalieri o in cui si creano regolarmente dei capannelli. Se l’essere umano ha vicino altri esseri umani si protende verso di loro, è inevitabile e non bastano tre mesi di pandemia per cambiarne l’istinto.  Non sono rispettate le regole che imponiamo di rispettare a tutti gli altri cittadini italiani. Il problema non riguarda naturalmente noi singoli, ci sono anzi forze politiche che ritengono che per dare il buon esempio e riguadagnare alla “categoria” l’onore perduto tanto tempo fa dovremmo morire sul campo come accaduto al personale medico in questi drammatici mesi. E ci sta: i parlamentari sono corpo pubblico e al pubblico ormai appartengono.

Quello che non ci sta è cosa riportiamo a casa, nelle nostre città e regioni, visto che proveniamo da ogni angolo d’Italia e che quando ce ne torniamo incontriamo familiari, elettori, persone, insomma. È una forma grave di schizofrenia, lasciamo fallire ristoranti, bar e alberghi perché non possono garantire il distanziamento imposto dai protocolli di sicurezza che gli imponiamo noi e in Parlamento ce ne infischiamo di quelle stesse regole. Per questo rivolgo nuovamente un appello al presidente della Camera, Fico, affinché prenda atto che la situazione è fuori controllo, ci esoneri da una condizione di oggettiva illegalità e concerti con i partiti modalità alternative di esercizio delle nostre prerogative. Modalità che sono possibili e di facile reperimento.

Ieri per esempio ho svolto il mio lavoro di parlamentare dell’assemblea del Consiglio d’Europa assieme ai colleghi di altri 46 Paesi. Non sono dovuta andare in aula a Strasburgo per farlo, mi è stato sufficiente connettermi da casa alla piattaforma Kudo per poterli salutare tutti, intervenire ed esprimere il mio voto sui provvedimenti che abbiamo esaminato. Ci sono stati piccoli inconvenienti tecnici, era la prima volta che ci cimentavamo con questa modalità, ma la voglia di andare avanti e lavorare, pur nel rispetto dei rigidi dettami imposti dal CoVid-19, era fortissima e ha consentito che tutto si svolgesse al meglio.  Naturalmente ci siamo accomiatati con il forte auspicio di riunirci al più presto in carne e ossa, perché la socialità per l’essere umano grazie a Dio rimane incardinata al contatto semantico con l’altro, che la tecnologia – per quanto avanzata – purtroppo deprime. E ad ottobre, auspicabilmente, ci ritroveremo a Strasburgo per tornare a lavorare come prima.

Su tutto questo il 27 aprile scorso 71 di noi avevano scritto una lettera a Fico, nella quale chiedevamo di poter votare “da remoto”, come già fanno appunto tanti altri Parlamenti in tutto il mondo, in modo da garantire sicurezza e allo stesso tempo rispetto dei doveri imposti dal nostro mandato. La lettera con cui ci ha risposto, cinque pagine molto circostanziate e burocratiche, mi sembra che non abbia recepito alcuna delle nostre osservazioni. Io lo so che c’è il tema della casta, unico insormontabile totem che è sopravvissuto persino alla pandemia e anche elemento sostanziale di fatturato elettorale del M5S di cui Fico è autorevole esponente.

Lo so che dobbiamo pagare la colpa di essere percepiti come dei pericolosi privilegiati e pertanto non c’è fine ai sacrifici e alle stupidaggini da mettere in campo per dimostrare che non siamo dei “parassiti senza dignità”. Alcuni di noi lo sono e altri no, come nella vita reale, ma non è tempo di distinguo. Capisco che dobbiamo dimostrare di guadagnarci lo stipendio, e ne approfitto per ricordare che il centrodestra guidato da Forza Italia ha, primo nella storia, ridotto proprio i nostri stipendi e abolito i vitalizi, era il 2009 e i Cinque Stelle non erano in Parlamento. Capisco anche che, non importa quanto ci piegheremo alla retorica anticasta, non riscuoteremo alcun credito nell’opinione pubblica ancora per un bel pezzo. Anche se ci immoliamo tutti nella pubblica piazza, anche se riduciamo il nostro numero come ha voluto il M5S, non farà alcuna differenza.

Ma almeno non trasformiamoci in untori. Siamo certi che in quell’aula stipata non ci sia alcun contagiato? Ecco, l’ultimo sacrificio che vorrei non facessimo è quello dell’intelligenza e del buonsenso. Pertanto, fino a quando il contagio non sarà debellato, stiamo nelle regole anche noi. Teniamo contingentate le presenze, nelle commissioni e in aula, e gli altri votino e si esprimano da remoto. Tra l’altro così si risparmia, altro tema caro al M5S. Poi al più presto torneremo alla normalità. Ma solo quando potranno tornarci anche coloro che parlamentari non sono.