Un diritto sospeso, che fa dell’Italia uno dei fanalini di coda dell’Europa e del mondo occidentale. Nel Belpaese la maggioranza dei detenuti, se non la quasi totalità, non può ad oggi in alcun modo coltivare in maniera continuativa i rapporti di affetto con la propria famiglia. Di sessualità, poi, neanche a parlare. L’unico istituto deputato allo scopo e attualmente riconosciuto dalla legge è quello del permesso premio, al quale però soltanto pochi ristretti riescono ad accedere. Al fine di cogliere, sul punto, l’effettivo livello di arretratezza del nostro sistema penitenziario appaiono illuminanti le parole dell’avvocato Alexandro Maria Tirelli, presidente delle Camere Penali del Diritto europeo e internazionale: «Le visite intime prive del cosiddetto controllo visivo sono attualmente consentite in India, Messico e Israele; in Canada gli incontri di questa natura hanno luogo, sin dagli anni Ottanta, in piccole case mobili posizionate all’esterno delle strutture carcerarie».

In quello stesso periodo il dibattito aveva, pur con una certa «timidezza», iniziato a decollare anche in Italia. Nonostante gli input arrivati dalla sponda tecnica, nessuna forza politica ha però poi dato seguito a quell’indirizzo. Uno stallo i cui esiti sono presto detti: il nostro Paese si è ritrovato fermo al palo mentre gli altri Stati dell’eurozona hanno fatto importanti passi in avanti. «In Europa sono trentuno gli Stati che permettono ai propri detenuti forme più private di contatto affettivo con il coniuge, il compagno, i familiari e persino gli amici, in assenza di contatto e controllo visivo da parte della polizia penitenziaria», spiega il presidente Tirelli, mettendo l’accento su alcuni casi particolarmente avanzati.

«Fra questi la Svizzera, la Francia e l’Austria. In Spagna – prosegue il diritto all’intimità è garantito nei confronti di coloro che possano documentare la sussistenza del rapporto, come coppie sposate o costituite more uxorio, nonché di coloro che comunque dimostrino una relazione stabile della durata di almeno sei mesi, precedente alla carcerazione o in costanza della stessa». E ancora: «Le strutture carcerarie di Norvegia, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi hanno edificato appartamenti in cui poter restare senza sorveglianza per un’ora, su richiesta del detenuto; la Germania prevede altresì, all’interno delle stesse strutture penitenziarie, zone appositamente adibite al soggiorno del ristretto, autorizzato dall’autorità giudiziaria e della durata di alcuni giorni, con il partner e gli eventuali figli».

Al momento in Italia l’unico istituto di pena nel quale il connubio detenzione-affettività è stato reso possibile è quello di Opera, in Lombardia. Un caso che il presidente delle Camere Penali del Diritto europeo e internazionale inquadra senza esitazione come il battistrada da seguire. L’avvocato Tirelli conclude dunque la sua denuncia con un accorato appello: «È necessario che al più presto il legislatore provveda a riempire quel recipiente che è l’articolo 2 della Costituzione attraverso una modifica della legge sull’ordinamento penitenziario, perché esso possa finalmente, anche formalmente, accogliere appieno il riconoscimento del diritto fondamentale in oggetto, dimensione naturale e necessaria di ogni persona e non concessione da parte di uno Stato che pretende di essere uno Stato di diritto». Resta da capire quale forza parlamentare avrà, se l’avrà, la forza e il coraggio di portare avanti questo iter.