Spazi all’aperto inutilizzati, passeggi ricavati tra edifici impersonali, dotazioni igieniche insufficienti nelle celle, il sovraffollamento, la mancanza di spazi per la socialità: «In un luogo senza tempo, carcere e affettività sembrano due parole inconciliabili», ha ribadito il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello presentando, nella sede del Consiglio della Campania, un lavoro teso a dimostrare come si potrebbe, invece, rendere i due temi perfettamente conciliabili.

«Abbiamo ritenuto che da entrambi questi temi, habitat e affettività, occorre ripartire per riportare al centro dell’attenzione il dettato costituzionale che assegna alla pena una funzione rieducativa e non afflittiva. Habitat e affettività – ha spiegato Ciambriello – intesi come un insieme di sentimenti, emozioni, stati d’animo e passioni, in grado di garantire l’espressione degli aspetti fondamentali della personalità». Lo studio presentato dal garante è il risultato di contributi di professionisti, testimonianze di garanti e una proposta di legge in materia di tutela delle relazioni affettive intime delle persone detenute la cui prima firmataria è la senatrice Monica Cirinnà.

Un lavoro su cui ha posto l’attenzione anche il presidente del Consiglio regionale della Campania Gennaro Oliviero: «Grazie all’impeccabile lavoro di Ciambriello e alla sua collaborazione con il Consiglio – ha affermato Oliviero – siamo in grado di avere un focus e un’apertura costante sugli ambienti carcerari. Il sovraffollamento, da un lato, e la difficoltà di garantire l’affettività e un rapporto costante con la famiglia, dall’altro, devono essere stigmatizzati dalla politica che deve indicare le soluzioni. Dobbiamo ricordare che in carcere non c’è una belva, ma una persona che ha sbagliato e deve scontare una pena certa e che passi anche attraverso la certezza dei suoi diritti».

Promosso dall’Osservatorio regionale sulla detenzione, lo studio svela come sia possibile rendere il carcere uno spazio vivibile e all’interno del quale si possa trovare posto tanto per la certezza della pena quanto per il recupero dei sentimenti e dell’affettività a cui ciascun recluso ha diritto. Il tema delle relazioni affettive, che poi si lega anche a quello della sessualità del detenuto, rientra tra quei diritti fondamentali che in carcere attualmente ancora non trovano spazio, definiti il “nocciolo duro della dignità”. Non trovano spazio né fisico né culturale. Di qui la proposta di una legge che consenta ai detenuti di recuperare il proprio diritto all’affettività. Nel dettaglio si propone, per detenuti e internati, la possibilità di una visita al mese, della durata minima di sei ore e massima di ventiquattro ore, delle persone autorizzate ai colloqui, visite da consentire in unità abitative appositamente attrezzate all’interno degli istituti penitenziari.

Tra le varie modifiche proposte, anche quella di consentire telefonate con i familiari con una frequenza superiore a una alla settimana, anche quotidiana, e di durata massima, per ciascuna conversazione, di venti minuti. Si tratta dunque di rivedere la normativa penitenziaria che, nonostante abbia da tempo riconosciuto il valore dei rapporti affettivi, in realtà non riesce ancora a garantire queste relazioni. E tutto sulla scia degli esempi virtuosi di altri Paesi come Francia, Svezia, Croazia, Austria, Danimarca, Olanda, Norvegia, Belgio, Svizzera e Portogallo, dove la possibilità, per i detenuti, di incontrare i familiari in spazi adeguati e senza il controllo visivo e auditivo è una prassi consolidata da anni.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).