Vittima del perdonismo italiano
Cara Lorena, scusaci se il tuo fidanzato era stressato dal Covid ma… violava il lockdown
La Cassazione ha deciso che il suo assassino potrebbe averla presa a coltellate perché era “stressato dal Covid”. Non è bastata la violenza fisica: i genitori vengono condannati all’ergastolo delle lacrime

Cara Lorena, oggi che la Cassazione ha deciso che il tuo assassino, 4 anni fa, potrebbe averti picchiato e poi strangolato e presa a coltellate perché era “stressato dal Covid”, oggi che il suo ergastolo svanisce, oggi possiamo chiamarti con il tuo vero nome. L’ipocrisia del nome finto non serve più. Già ne hai subite troppe, dal giorno in cui i tuoi 27 anni sono stati spenti dalla furia di un “fidanzato” rabbioso per il tuo successo, il tuo sorriso, la tua serenità. La tua storia era quella, bellissima, delle nostre ragazze, le figlie dell’Italia che dopo i secoli della reclusione respirano la libertà. Eri a Messina, a un passo dalla laurea in Medicina, e credevi nell’amore e nello Stato che doveva proteggerti. Entrambi ti hanno tradito, e ora qui possiamo solo chiederti scusa. A te, e alle tante altre che dopo la violenza del fisico scontano quella del perdonismo italiano.
La giustificazione raccapricciante
Senti come suonano solenni le parole della nostra Corte più alta: “Deve stimarsi che i giudici di merito non abbiano compiutamente verificato se, data la specificità del contesto, possa, e in quale misura, ascriversi all’imputato di non avere efficacemente tentato di contrastare lo stato di angoscia del quale era preda e, parallelamente, se la fonte del disagio fosse evidentemente rappresentata dal sopraggiungere dell’emergenza pandemica”. Come siamo bravi, dopo l’emozione del primo momento, a giustificare, minimizzare, e magari anche gettare lì i più feroci commenti su come lei è stata imprudente, e su come quei ragazzi hanno sbagliato, è vero, ma era per amore, per un raptus, per un incidente dell’animo. Come siamo rapidi a tradire chi dovremmo solo risarcire con la giustizia. Diamo un nome finto alla vittima, ma poi lasciamo che per strada giri indisturbato il branco che l’ha violentata. In poche settimane salgono in cattedra avvocati e costernati parenti, paghi di aver dato ai loro pargoli un severo rimbrotto paternalistico cui per l’occasione si aggiunge il sigillo di un tribunale.
La corsa a pentirsi
La clemenza viene spontanea, ai magistrati e ai genitori, per certi ragazzotti inebriati dall’onnipotenza di puntare chi è indifeso – le ragazzine che non ci stanno, le fidanzate che li lasciano, ma anche il barbone, il gay, il tifoso avversario pizzicato da solo. È normale, nella società dove è sempre colpa di qualcun altro, considerarli eterni bambolotti, uomini solo per l’attimo necessario a distruggere la vita di un altro. Poi è tutta una corsa a pentirsi, a dirsi terrorizzati, a mandare lettere ai giornali e chiedere immaginette di Padre Pio da tenere in cella. E i finti suicidi? Trovata geniale, e ogni volta è la prima volta.
Il compagno assassino che violava il lockdown…
Il tuo assassino, Lorena, la sera violava il lockdown per uscire con gli amici, ma dopo averti massacrata si è fatto dei tremendi graffi ai polsi. Tu percorrevi i tuoi anni con l’incoscienza di un’altra Lorena, Caltanissetta, che disse di aspettare un bambino dal suo compagno e fu massacrata dai suoi amici. Con la naturalezza di Daniela, Montalto di Castro, che fu stuprata da un altro branco e poi se lo trovò davanti, in strada, e chiese a sua mamma piangendo: “Com’è possibile, io ho avuto il coraggio di denunciarli e ora…”. Ora lo Stato italiano ti restituisce questo. Un nuovo processo per appurare se lui era in crisi esistenziale. Chissà come sarà contrito il suo sguardo, nel giorno dell’udienza, e chissà come sarà infinito il vuoto che fisseranno tuo padre e tua madre. Ti videro partire dal vostro paesino, ti videro crescere e fiorire, ora dovranno vedere la recita dello Stato che lascia solo a loro l’ergastolo delle lacrime.
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