Cari amici uomini, perché sì, ho molti amici uomini, ne ho avuti anche come mariti e amanti, per cui posso permettermi di dire che vi conosco bene.
Allora ragazzi, guardiamoci in faccia e facciamola finita con questo modo di “celebrare” la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Deve essere divertente per voi uomini una giornata in cui si ribadisce la “superiorità maschile” sulle donne: perché questo spesso sembra. Che grande pubblicità! Ecco, sono tra quelle donne che tentano da anni di rovesciare il racconto, ogni anno ci provo e non mi arrendo. Questa lettera non a caso la scrivo da un giornale la cui vicedirettrice, Angela Azzaro, condivide con me lo sforzo decennale di non raccontare “solo” le donne vittime, ma anche finalmente concentrarci su di voi, gli uomini.
Chi è il problema della violenza sulle donne sempre più frequente che sembra un bollettino di guerra? Chi è l’omicida, il violento, quello che deve emanciparsi da una condizione primitiva, quello che deve cambiare, che deve diventare un “uomo nuovo” che sa vivere, convivere e condividere la libertà femminile? Chi se non voi cari amici uomini? E invece in prossimità di questa data, il 25 novembre, ci viene ricordato in pompa magna, pubblicando le foto delle donne uccise, delle donne picchiate, che “se mi dici di no, ti ammazzo, me lo posso permettere”. Basta con le foto delle donne uccise, con le immagini che le ritraggono felici con colui che poi diventa il loro killer. Basta anche con questa retorica degli uomini che si cospargono il capo di cenere solo quel giorno: politici, attori ecc… Per poi tornare il 26 novembre a non fare nulla perché le cose cambino. A non fare nulla insieme ad altri uomini. Dare i soldi ai centri anti-violenza sarebbe il minimo sindacale ma neanche quello viene fatto. Eppure i centri sono i luoghi dove le donne trovano il sostegno necessario a salvarsi e a rifarsi una vita, sono i luoghi dove chi fugge dal marito violento trova ascolto e una casa.

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Non serve l’inasprimento delle pene: ogni Parlamento inasprisce le pene, senza alcuna inversione di rotta. Bisogna invece prendere in mano le vite di questi uomini, di questi violenti, come comunità. Perché non si educano i bambini da piccoli, nelle scuole e nelle famiglie? Compito che spetta agli insegnanti certo, ma a padri e madri, perché i bambini “copiano” i comportamenti dei genitori. Nella vita pubblica e privata ci vogliono politiche e pratiche quotidiane, non quegli spettacoli indecenti che vediamo ogni giorno. E invece, tranne pochi e faticosissimi casi a cominciare dalla politica, tutto questo non accade. Vorrei che oltre ai soldi ai centri anti-violenza si stanziassero risorse per aiutare questi uomini violenti a cambiare, come avviene in altri Paesi (esistono progetti di Training contro l’aggressività maschile, per esempio). Ci sono uomini che vorrebbero fare qualcosa, anche uomini politici. Con uno parlavo l’altra sera, Enrico Rossi, il Presidente della regione Toscana. Dovete mettervi insieme, lavorare perché tanti uomini nuovi crescano. Certo, insieme alle donne, ma non pensando che il tema della violenza sulle donne sia appaltata solo a noi. Forza, fatevi avanti con idee, progetti e politiche, accomodatevi. Io ve lo appalterei volentieri questo dramma sociale, è problema vostro, organizzatevi!
Alcune di noi si vogliono occupare anche di raccontare alle donne giovani e meno giovani la libertà femminile, le donne autorevoli sparse per il mondo, raccontare la forza femminile, non solo la debolezza, non solo la trappola che le tiene dentro relazioni malate. A voi il compito di raccontare la debolezza maschile, perché converrete con me che un uomo violento è un uomo fragile che non sa vivere dentro una relazione fatta di rispetto reciproco, fatta di libertà reciproca, anche la libertà di chiuderla. E allora, voi cercate di costruire “uomini nuovi” anche a partire dalla vostra debolezza.  Nominatela, raccontatela. Provateci.