La pandemia, l’isolamento, gli effetti della crisi sull’economia e sulla giustizia. Carlo Alemi, magistrato di lunga esperienza, in pensione dopo essere stato presidente del Tribunale di Napoli e titolare di indagini e processi delicatissimi, accetta di fare con il Riformista una riflessione sul tempo che viviamo e su come ripensare il futuro quando la pandemia sarà terminata. Lui, che per carattere e per mestiere ha imparato a fronteggiare anche le situazioni più difficili coordinando le inchieste sulle Brigate Rosse quando il terrorismo degli anni di piombo era il pericolo numero uno del Paese e quelle sulla camorra quando la criminalità organizzata la fece da padrona nella ricostruzione post terremoto corrompendo politici e amministratori, oggi ammette di avere poco ottimismo e grandi preoccupazioni.

Perché?
“Non vedo politici adeguati e con la competenza per prendere certe decisioni. Quando questa pandemia sarà finita avremo bisogno, a livello governativo, di persone di grande esperienza e, tranne qualche raro caso, non ne vedo. Sono preoccupato e pessimista sotto questo aspetto”.

Spostando l’occhio sulla Campania e sui suoi protagonisti politici, chi l’ha convinta di più nella gestione di questa crisi?
“De Magistris non l’ho visto molto attivo, De Luca si è fatto notare di più e non solo per il suo carattere. Bisogna riconoscere che ha saputo prendere decisioni e far rispettare le regole. Decidere non è facile, è molto più semplice vivere nella neutralità e nel limbo di chi vede prima come si mettono le cose. De Luca invece non lo ha fatto. E non ne faccio una questione di partito. Tra l’altro conosco de Magistris da tempo e ho anche fatto parte dell’organismo anticorruzione della Città metropolitana, mentre con De Luca non ho mai avuto rapporti. Eppure in questa fase mi ritrovo più col governatore”.

Con la crisi sono emerse fragilità non solo in campo politico. Carcere e giustizia sono due fronti caldi. Cosa dovrà cambiare, secondo lei, in questi settori dopo l’attuale emergenza?
“Il problema delle carceri è una delle più grosse colpe che il nostro legislatore ha. È un problema che non si è mai voluto risolvere perché si è sempre data la priorità ad altro. E purtroppo, in Italia, si interviene solo quando c’è una grave emergenza, altrimenti non si fa niente. Con la sanità è accaduta la stessa cosa: prima hanno chiuso ospedali e presidi importanti nelle città per poi arrivare, quando è scoppiata la pandemia, a doverli riaprire e realizzarne anche altri. Questa crisi dovrebbe essere invece un’occasione per ripartire meglio di prima. Bisogna attivare le carceri realizzate e finora mai utilizzate per risolvere il dramma del sovraffollamento, potenziare gli organici del personale penitenziario e fare in modo che in carcere i detenuti, che hanno commesso un reato e devono scontare la pena, vivano in condizioni civili e seguendo un reale percorso di rieducazione. Nello stesso tempo si deve evitare che vengano messi in libertà pericolosi delinquenti a scapito della sicurezza dei cittadini. Può essere una soluzione la depenalizzazione, che comporta la riduzione del numero di comportamenti penalmente rivelanti e che ingolfano gli uffici giudiziari. Ed è indispensabile una riforma della giustizia che consenta di semplificare i processi arrivando a sentenza in tempi più rapidi ed evitando che tanti detenuti stiano in carcere anni in attesa di giudizio”.

Ai domiciliari in attesa di giudizio adesso ci stiamo vivendo tutti a causa della pandemia, sperimentando ognuno sulla propria pelle cosa vuol dire vivere tra le restrizioni e in un tempo sospeso. Crede che questo possa spingere i magistrati a rivedere le proprie valutazioni in tema di misure cautelari?
“Non credo, perché il magistrato che ha una sua impostazione mentale ritene che la decisione presa sia quella giusta. Non penso che possa cambiare opinione solo perché in questo momento non può andare in ufficio o non può liberamente uscire”.

Si parla tanto di processo penale telematico. Molti sono contrari. Lei cosa ne pensa?
“Sono contrario anch’io. L’oralità del processo nel settore penale è fondamentale. Conta moltissimo anche guardare il testimone o l’imputato mentre risponde a una domanda o dice qualcosa. Insomma il processo penale va fatto in aula. Diverso, invece, può essere il discorso per il processo civile che si basa più sugli atti e sulla scrittura”.

Pandemia e criminalità. C’è il rischio che la camorra si approfitti della crisi?
“Sì, è molto concreto il rischio che la camorra proceda a legittimare le proprie attività infiltrandosi nell’economia legale, cosa che sta facendo in modo pregnante, e raccolga consensi tra la gente sostituendosi allo Stato. Bisogna stare molto attenti”.