In questo momento Sanders appare perfino più forte di Joe Biden. Questa cosa preoccupa parecchio il resto del partito democratico. Molti temono che l’eccesso di estremismo possa far vincere a Sanders le primarie, con il risultato di trovarsi con un candidato debolissimo contro Donald Trump. Il quale ultimo, non a caso, considera Sanders il suo avversario preferito: gli permetterebbe infatti di fare breccia nell’elettorato dei ceti medi americani spaventati dalle idee troppo radicali in tema di tasse e intervento del governo centrale nell’economia. Nelle ultime settimane in cui la competizione democratica in Iowa è rimasta in qualche modo semi-sospesa – visto che Bernie Sanders, Elizabeth Warren e Amy Klobuchar, in quanto senatori, sono tornati a seguire il processo di impeachment a Washington – il conflitto tra l’ala radicale e quella riformista è stato animato da due donne.

Da una parte, Alexandria Ocasio-Cortez. La giovanissima parlamentare democratica del Congresso e animatrice della campagna di Bernie Sanders, nel corso delle celebrazioni in onore di Martin Luther King, ha attaccato il suo stesso partito accusandolo di non essere “di sinistra” ma di “centro conservatore” perché contrario alla sanità pubblica. Inoltre, ha accusato Jeff Bezos di Amazon per aver creato “una forma di schiavitù moderna”. Scatenando così una serie di reazione piccate da parte di parecchi esponenti del mondo democratico americano. Tom Elliot del The Federalist ha risposto così: «L’attuale Partito Democratico rappresenta idee di sinistra. Ciascun candidato democratico del 2020 propone una qualche forma di assicurazione sanitaria estesa, pagata con risorse del governo, sia essa la “Medicare for All’”di Sanders e Warren, la “sanità pubblica per tutti coloro che lo vogliono” di Pete Buttigieg o l’espansione della “Obamacare” suggerita da Joe Biden. Tutti i candidati vogliono rimuovere le restanti restrizioni all’aborto, cancellare il debito studentesco esistente e tentare di stabilire un college gratuito per tutti. Queste proposte radicali dimostrano che il Partito Democratico non è “conservatore” in alcun senso».

L’altra donna sulla scena è stata Hillary Clinton. Intervenuta per criticare l’estremismo di Bernie Sanders, che fu suo avversario nelle primarie di quattro anni fa, ha insistito sul fatto che “a nessuno piace” e “nessuno vuole lavorare con lui” e soprattutto ha accusato il suo entourage di sessismo e maschilismo. Insomma, la competizione tra le due anime del partito in vista del voto in Iowa ha raggiunto la massima veemenza. Per quale motivo? Lo Stato dell’Iowa è piccolo e, apparentemente, poco rappresentativo: solo 3 milioni di abitanti sui 327 milioni degli Stati Uniti, assegna appena 41 delegati su 3.979 nelle primarie democratiche. Eppure la sua influenza nella scelta dei candidati risulta enorme da sempre. Dal 1972, per legge, è il primo Stato a votare.

E siccome può spianare la strada per la Casa Bianca, i candidati trascorrono giorni e giorni nelle sue 99 contee. Chi perde spesso si ritira dalla contesa. Ma chi vince qui ha ottime possibilità di diventare il candidato del suo partito. Ai democratici, dal 1972, è successo 9 volte su 12: qui hanno cominciato a vincere Jimmy Carter, Walter Mondale, Bill Clinton, Al Gore, John Kerry, Barack Obama e, da ultima, Hillary Clinton. E tre di loro sono diventati Presidenti.

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