Parli con il comandante della guardia costiera Gregorio De Falco – oggi senatore del gruppo Misto, dopo l’uscita dal M5S – e subito ti sommerge. La voce è squillante, il tono imperioso. «A me non hanno proposto affari né accordi per votare gli emendamenti, perché hanno capito come avrei risposto».

Come è salito a bordo del M5S?
Ho conosciuto Di Maio e ho accettato di metterci la faccia. Ho fatto una bella campagna elettorale e poi, un giorno, ho incontrato Casaleggio.

Cosa non ha funzionato con lui?
È il decisore unico. Non parla molto, ma ascolta. Registra tutto quel che accade. E poi emette i suoi giudizi, che sono decisivi per le sorti delle persone nel Movimento. Quando lo incontrai parlavamo dell’opportunità di unire le forze di polizia. Arrivai a Ivrea, ne parlai ad un tavolo dove era presente Casaleggio. Lui scosse la testa e si rabbuiò. Non mi rivolse la parola, ma vidi che al termine dell’incontro andava a telefonare.

Poi, cosa successe?
Tornai in camera, dopo cena. Alle due di notte squilla il telefono. Era la Comunicazione del Movimento, da Roma. Mi informavano che l’idea di uniformare i corpi di polizia era tramontata perché ritenuta inopportuna e che da quel momento in poi non ne avrei più dovuto parlare. Capii subito. Chiesi lumi, mi dissero che i vertici del partito avevano così deciso, e amen.

E di cosa era lecito parlare, secondo loro?
Solo di decreto dignità, che di lì a poco sarebbe stato votato e nel quale inserirono, se non sbaglio, anche le norme sul tabacco riscaldato. Capii bene qual è il livello di ingerenza di Davide Casaleggio.

Ma lui continua a dire di non avere alcun ruolo politico.
Casaleggio smetta di mentire. Vuole prendere in giro tutti? È il proprietario del Movimento Cinque Stelle, c’è un atto notarile che lo testimonia. Lui decide la linea politica, le alleanze, le nomine.

Vi siete più parlati? Ha avuto modo di ricucire?
No, caduto in disgrazia agli occhi di Casaleggio, è stata una caduta libera. Ti mettono fuori da tutto. E pensi che io all’inizio avevo creduto a quella sua presentazione, che lui fosse, diciamo, un tecnico che si occupa della piattaforma informatica del partito.

E invece…
E invece ho capito che decide tutto lui. Ho scoperto a giugno-luglio del 2018 che c’era stata una rifondazione giuridica. Tutta nelle mani di Davide Casaleggio e Luigi Di Maio. Fino a metà del 2018 non lo sapevo. E non potevo saperlo. Perché nel sito del Movimento era pubblicato lo statuto ma non l’atto costitutivo.

Comandante, lei che controllava i natanti stranieri non ha verificato i documenti in regola dei suoi?
Li hanno tenuti ben nascosti, mi creda. Hanno fatto un’operazione molto opaca, all’insaputa di tutti. E dire che questa questione era importantissima, anche perché agganciata ai rimborsi, ai rendiconti.

Dunque Casaleggio mentiva.
Mentiva, ormai lo sappiamo tutti. Nascondeva il fatto che nel M5S comandavano in due. Davide Casaleggio e Luigi Di Maio. Referenti unici di tutte le decisioni e gli accordi del partito.

Come lo avete scoperto?
Casaleggio produsse durante un processo, in risposta ad alcuni espulsi dal M5S che rivendicavano di utilizzare il simbolo, una scrittura che aveva depositata presso un notaio, e che il tribunale riconobbe valida. Era l’atto di titolarità del M5S.

Che dunque coincide con Casaleggio Associati, e con l’associazione Rousseau.
Se mi sta chiedendo se il titolare di M5S, Casaleggio Associati e Rousseau è la stessa persona, le devo rispondere da uomo di legge quale sono: sì, Davide Casaleggio interscambia questi tre cappelli, a seconda delle occasioni.

Il gioco dei tre cappelli. Ma se una azienda, un brand versa dei soldi a Casaleggio, a quale dei tre li sta versando?
Questo è interessante da capire. Aggiungo: quando non c’è Casaleggio, ma Di Maio partecipa al Consiglio dei Ministri, in quale ruolo è presente? In qualità di socio di Casaleggio? Rappresenta anche lui Casaleggio, con cui ha stretto quel patto?

Il conflitto di interessi all’ennesima potenza.
Non c’è modo di negarlo. È un conflitto di interessi strutturale e gravissimo.

E forse sarebbe ora di fare anche una legge sul conflitto di interessi, in Italia.
Assolutamente. Ci vuole una legge sul conflitto di interessi, una legge sulla trasparenza delle lobby e sul ruolo degli imprenditori in politica. Qui abbiamo un controllo padronale sulle decisioni dei parlamentari, la negazione stessa della democrazia. Non a caso chi si oppone, come me, viene espulso. Sono stato comandante della Guardia costiera, non sono predisposto a questo genere di compromessi.

Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.