Già da tempo diffuse in Campania e aggravatesi con l’emergenza Covid a cui è seguito l’annuncio di nuove e imminenti ondate di licenziamenti collettivi in prossimità della scadenza del blocco, ormai da tempo insostenibile per il sistema produttivo ovvero della ripresa di vertenze sospese come quella Whirlpool, le crisi industriali riportano in primo piano i problemi del lavoro nella nostra regione e nel Mezzogiorno. Dunque è indispensabile, ancor più che in passato, richiamare l’attenzione delle forze politiche e delle parti sociali sul nodo cruciale che investe il territorio: la carenza di sviluppo e lavoro che, per effetto della non ancora debellata pandemia sull’economia nazionale e su quella meridionale, rischia di generare conseguenze ancora più gravi su un territorio già gravemente martoriato.

È noto che l’ultimo rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno, dopo aver segnalato ripetutamente il crollo dell’occupazione e della produttività manifatturiera definendo il fenomeno come «rischio di desertificazione industriale», abbia ormai piuttosto stabilmente certificato l’esistenza di un vero e proprio dato strutturale, sostituendo il paventato “rischio” in drammatica realtà con cui confrontarsi, rendendo particolarmente urgente la necessità di assumere decisioni e assumendo strategie fondamentali per lo sviluppo del sistema Italia. Il mercato nazionale del lavoro, che versa in condizioni di profonda difficoltà strutturale per l’incapacità di accompagnare ai processi di destrutturazione e flessibilità adeguati strumenti di protezione sociale e meccanismi di incontro tra domanda e offerta, soprattutto con l’adozione di adeguate politiche attive, nel Mezzogiorno assume dati ancor più gravi con una sensibile esclusione delle categorie più deboli, in particolare i giovani tra 15 e 34 anni che ne dovrebbero essere la forza trainante, e le donne, nell’ambito delle quali la disoccupazione raggiunge punte di particolare estensione. Né le misure adottate durante la pandemia, di natura pressochè esclusivamente assistenziale, hanno favorito un’inversione di tendenza rispetto a tali fenomeni.Le ragioni di tali inefficienze sono molteplici e il percorso si rivela sempre più stretto se la questione meridionale resta marginale nel sistema Paese. Vi è una consistente situazione di irregolarità, quando non anche di illegalità, che determina la frammentazione imprenditoriale e sfocia poi nel sommerso. Ma l’irregolarità è alimentata dall’incapacità della Pubblica Amministrazione di fornire strumenti idonei a favorire la creazione di impresa, a semplificare le procedure di accesso al credito, a rendere più facile l’intervento delle numerose istituzioni locali a sostegno del sistema produttivo. La vicenda Whirlpool, sotto tale profilo, è emblematica: se è sacrosanto il diritto dell’imprenditore di chiudere la fabbrica qualora essa si riveli improduttiva e tale da generare più debiti che profitti, va allo stesso modo salvaguardato il diritto al lavoro, quello delle famiglie a un sostentamento produttivo che non sia solo di natura indennitaria, a tutela della dignità del lavoro prima ancora che della retribuzione.

In tale situazione, il principale compito della classe politica non è quello di rincorrere la pubblicazione di dichiarazioni sui giornali a sostegno delle vertenze dei lavoratori, bensì quello di intervenire sulle profonde ragioni dell’allontanamento del sistema produttivo dalla Campania, senza la cui comprensione appare impensabile il tentativo di avviare in maniera efficace la ricostruzione di una forte relazione tra territorio e tessuto produttivo allo scopo  di favorire quelle condizioni di crescita e sviluppo che possano indurre le grandi imprese e gli imprenditori locali a scommettere e a investire nel Mezzogiorno.

Per invertire la rotta in un territorio dove il lavoro si riduce in misura sempre più grave e pur nella consapevolezza che la gravità del fenomeno rende indispensabile l’intervento del Governo centrale, occorrono misure in grado di fare della Campania un’area dove innovazione tecnologica e ricerca, ingresso nel mercato del lavoro dei giovani e delle donne rappresentino una modalità ordinaria e agevole, piuttosto che occasionale ovvero collegata a finanziamenti e misure eccezionali che comportano, unicamente la creazione di nuovo illusorio precariato, senza intervenire sulle ragioni strutturali di crisi. La capacità di indirizzo delle attività private va realizzata dunque attraverso l’erogazione di premi monetari o la riduzione del rischio per i soggetti che sviluppano azioni idonee a favorire la crescita del territorio mediante investimenti stabili, o ancora attraverso la gestione attiva della spesa pubblica.

Occorre avviare meccanismi di crescita che, attraverso un rapporto più stretto tra istituzioni politiche, scuole, università, centri di ricerca, organizzazioni imprenditoriali, ordini professionali, Camere di commercio e centri di promozione dei prodotti del territorio, realizzino interazioni e meccanismi di collaborazione tra pubblico e privato. Diversamente non avrà senso sollecitare le imprese affinché mantengano investimenti improduttivi e conservino, illudendo famiglie e lavoratori, posti di lavoro in un territorio dove criminalità e corruzione sono diffuse, le infrastrutture sono scarsamente efficienti e la politica non è in grado di accompagnare lo sviluppo.