A 81 anni suonati, Gianni Morandi si concede ancora di andare su e giù per l’Italia ad organizzare concerti. Il 24 aprile si è esibito a Bologna, eseguendo tutte le principali canzoni di una lunga carriera. Nel concerto ha occupato un posto di riguardo la canzone “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”. Il protagonista della canzone non è un vietcong, ma un americano che va a combattere in un Paese straniero e spara “con due mitraglie o tre”. Il “sentiment” è tutto per lui, per il giovane di una generazione coinvolta in un dramma che ha segnato la storia di quel grande Paese, dividendone le coscienze.

Perché è potuto succedere che l’animo popolare – attraverso una canzone – abbia compreso, proprio nel tempo in cui infuriava la guerra in Vietnam, il dramma di un giovane che va a combattere, uccidere e morire dalla parte sbagliata? La risposta si può trovare in un’intelligenza politica e in un senso di pietas che oggi sono venuti meno. Vediamo il primo aspetto. In quegli anni – io ne sono testimone – vi era la consapevolezza, anche da questa parte dell’Oceano, di quanto contasse il fronte interno della “altra America” in quella battaglia. Oggi i nemici di Israele non si accorgono nemmeno di un’opposizione contraria alla politica dell’attuale governo che si è avvalsa dei diritti di libertà, compresa la libera stampa, per sostenere, durante la guerra, istanze di pace. Il Kombinat dei pro-Pal è arrivato al punto di giustapporre un governo pro tempore a uno Stato, a un popolo, fino a coinvolgere l’intero gruppo etno-religioso della diaspora in un’assurda responsabilità collettiva per il solo fatto dell’appartenenza.

Quanto alla pietas, si dovrà pure arrivare in Italia a sanare le ferite della guerra civile. Sono passati esattamente trent’anni da quando il 9 maggio 1996, Luciano Violante, nel discorso di insediamento alla presidenza della Camera, formulò un invito alla pietas e alla ragionevolezza che non è ancora stato accolto: “Mi chiedo se l’Italia di oggi – e quindi noi tutti – non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri; non perché avessero ragione o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le parti, bensì perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà”. “Questo sforzo – aggiunse – a distanza di mezzo secolo, aiuterebbe a cogliere la complessità del nostro Paese, a costruire la liberazione come valore di tutti gli italiani, a determinare i confini di un sistema politico nel quale ci si riconosce per il semplice e fondamentale fatto di vivere in questo Paese, di battersi per il suo futuro, di amarlo, di volerlo più prospero e più sereno. Dopo, poi, all’interno di quel sistema comunemente condiviso, potranno esservi tutte le legittime distinzioni e contrapposizioni”. Ed è proprio questo il problema: non si riconosce legittimità agli avversari, nonostante lo abbiano fatto gli italiani con il voto.