Tempi malvagi: da Roma a Milano a Washington È stata scritta una pagina amara nel giorno simbolo della Repubblica: la Festa della Liberazione. Il 25 aprile avrebbe dovuto unire, e invece ha mostrato divisioni profonde. Alla vigilia, alla Camera dei deputati, si sono contrapposte due immagini inconciliabili: da una parte “Bella Ciao”, dall’altra l’Inno nazionale. Due mondi che continuano a non parlarsi, espressione di culture politiche che non sono affatto scomparse e che oggi si riflettono anche nelle tensioni geopolitiche.

Sul piano internazionale, pesano i conflitti: la guerra della Russia contro l’Ucraina e la crisi mediorientale, segnata dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e dalla risposta israeliana su Gaza e Libano. Le manifestazioni del 25 aprile si sono spesso intrecciate con questi scenari, finendo per offuscare il significato originario della Resistenza e della Liberazione dal nazifascismo, conquistata con il contributo degli Alleati e dei partigiani italiani che hanno salvato la dignità degli italiani.

Il clima è apparso segnato da una crescente radicalizzazione. A Roma, una coppia di manifestanti pacifici è stata ferita da colpi di pistola a pallini. A Milano, la Brigata Ebraica — che combatté al fianco dell’esercito britannico guidato dal maresciallo Harold Alexander — è stata contestata e malmenata fino ad abbandonare il corteo sotto scorta. Un fatto che contraddice la storia: escludere la Brigata Ebraica nel giorno della Liberazione è un errore prima ancora che una provocazione. La memoria resta fragile. Durante la Shoah migliaia di ebrei italiani furono uccisi o deportati prima e dopo l’8 settembre 1943 verso campi come Auschwitz. Le leggi razziali del 1938, volute dal regime di Benito Mussolini esclusero gli ebrei dalla vita civile. È un passato che dovrebbe unire, non dividere. In questo quadro si inserisce anche il ruolo dell’ANPI.

Ma quando la memoria si irrigidisce in una lettura prettamente ideologica, rischia di perdere la sua funzione unificante e di trasformarsi in terreno di scontro. Il clima di tensione non si ferma ai confini italiani. A Washington, un giovane ha tentato un attentato contro Donald Trump. Il fallimento dell’azione conferma un dato: la violenza politica è tornata una minaccia concreta anche nelle democrazie occidentali. Lo stesso Trump, già sopravvissuto ad altri episodi, ha invocato la pacificazione. Un richiamo necessario, alla luce delle tensioni da lui volute e culminate con l’assalto al Capitol Hill 2021. La storia americana ricorda quanto alto sia il prezzo della violenza politica: quattro presidenti uccisi e molti altri colpiti o sfiorati da attentati. La democrazia resta esposta quando il conflitto degenera in odio, crescente, in specie, verso il popolo ebraico da non confondere con il governo di Netanyahu. Il 25 aprile dovrebbe essere il giorno dell’unità nella libertà riconquistata. Quando diventa terreno di scontro, si tradisce la sua memoria.