Carlo Renoldi ha 53 anni, è originario di Cagliari, è stato magistrato penale e poi di sorveglianza nella sua città. Ora è consigliere di Cassazione. Non ha mai cercato la ribalta mediatica, è poco noto fuori dalla cerchia interna alla categoria. Tra i suoi riferimenti e maestri c’è Alessandro Margara, che fu capo del Dap, ispirò la riforma Gozzini (la più liberale della storia italiana) ed è passato alla storia perché trattava i detenuti come uomini con diritti. Il suo era un “carcere dei diritti”. Sia dei detenuti, sia degli agenti.

«Sono per un carcere costituzionalmente compatibile. Un carcere dei diritti, in cui però siano garantite le condizioni di sicurezza», ha scritto recentemente lo stesso Renoldi. A rendere quantomeno divisivo il profilo di Renoldi, ci sono anche le sue prese di posizione, oltre che sul tema dell’ergastolo ostativo, sul tema dell’antimafia e della gestione del carcere. In un convegno nel capoluogo toscano nel 2020, ha parlato della sua idea di Dap, spiegando che «che in questi anni è rimasto profondamente ostile a quegli istituti che tentano di varare una nuova stagione di diritti “giustiziabili” per le persone detenute. Un atteggiamento miope di alcune sigle sindacali che declinano ancora la loro nobile funzione in una chiave microcorporativa».

Nella stessa sede è stato molto critico anche su alcune posizioni interne all’antimafia in materia di carcere: «Pensiamo all’antimafia militante arroccata nel culto dei martiri, che certamente è giusto celebrare, ma che vengono ricordati attraverso esclusivamente il richiamo al sangue versato, alla necessaria esemplarità della risposta repressiva contro un nemico che viene presentato come irriducibile, dimenticando ancora una volta che la prima vera azione di contrasto nei confronti delle mafie, cioè l’affermazione della legalità, non può essere scissa dal riconoscimento dei diritti».