Salvo miracoli, i sessantanove anni Giancarlo Pittelli li compirà domani nel carcere di Melfi. Non avrà una torta per festeggiare, soprattutto perché da oltre un mese è in digiuno per protestare contro una custodia cautelare in carcere che pare non finire più. Ma nei giorni successivi incontrerà Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà. Perché la mobilitazione degli amici e compagni di scuola e la nostra lettera alla ministra Cartabia hanno smosso qualcosa e qualcuno di molto importante.

La guardasigilli si è mostrata da subito sensibile al nostro richiamo. I deputati Riccardo Magi, Roberto Giachetti e Enza Bruno Bossio hanno presentato un’interrogazione con cui chiedono al ministro un’ispezione presso gli uffici giudiziari di Catanzaro. Altri parlamentari hanno aderito all’appello promosso da Enrico Seta e gli amici di Giancarlo Pittelli. Sono ancora pochi (una trentina, di cui molti di Forza Italia), ma il fatto è di per sé significativo, visti i tempi. Ma soprattutto si è mosso Mauro Palma, che ha deciso di andare personalmente a trovare l’avvocato calabrese nei prossimi giorni, non solo per una sua particolare sensibilità che ha sempre dimostrato nel corso degli anni, ma anche perché la Regione Basilicata non ha mai emanato la legge istitutiva dell’ufficio locale del Garante. La bandiera nera è condivisa solo con la Liguria (coraggio, governatore Toti) e la Sardegna, che ha la legge ma non ha mai nominato nessuno a prendersi cura dei diritti di chi sta nelle prigioni.

Non sono particolari insignificanti, perché, come i fatti di Santa Maria Capua Vetere hanno dimostrato, tenere un faro acceso dentro le carceri vuol dire anche aiutare la costruzione di rapporti civili e sereni tra i prigionieri e gli agenti di polizia penitenziaria. Da questo punto di vista, il carcere di Melfi non presenta un quadro rassicurante. Nel 2020, dopo le rivolte, furono trasferiti proprio qui alcuni detenuti in arrivo da Foggia, che era stata l’epicentro delle proteste. E ci furono denunce di pestaggi, come se ai nuovi arrivati fosse stato riservato una sorta di comitato di benvenuto a suon di manganellate. L’inchiesta finì con l’archiviazione, anche se lo stesso pm aveva dovuto ammettere che la testimonianza del medico rivelava lesioni “compatibili” con le botte. Ma si sa che con i “travisamenti” le identificazioni dei singoli agenti responsabili sono difficili.

Per questo Palma ha da tempo proposto che ogni casco, di quelli usati dagli agenti per le perquisizioni, abbia un numero, e che esista un registro con nomi e cognomi degli addetti alle perquisizioni. Il ministero per ora ha risposto picche, anche se ha garantito l’installazione di telecamere interne a partire dal 2024. Tra due anni! E intanto? Poiché sappiamo che sia la ministra Cartabia che il sottosegretario Sisto hanno una particolare sensibilità al problema della violenza tra le mura carcerarie, non ci resta che attendere, insieme al garante, un “ravvedimento operoso” da parte loro. Almeno sui tempi. È proprio da questo tipo di prigioni, ci dice Mauro Palma, che si misura la condizione delle nostre carceri.

Sarà quindi un caso il fatto che Giancarlo Pittelli sia stato spedito prima a Badu ‘e Carros (Nuoro) e poi a Melfi? Non vicino alla famiglia e ai difensori dunque, e neanche in luoghi aperti e visibili come gli istituti nelle grandi città come Roma e Milano. Il che comporta non solo lesioni al diritto di difesa dell’imputato, ma anche vere vessazioni sulla persona fisica. Ed è proprio con la mortificazione del corpo, con il digiuno, che oggi l’avvocato catanzarese sta rispondendo, anche se sa di essere un piccolo Davide contro il Golia rappresentato dalla forza dello Stato. Quello con il volto arcigno. La risposta della politica ha i nomi prima di tutto dei deputati Riccardo Magi (più Europa) e Roberto Giachetti (Italia viva), che interrogano il ministro con una ricostruzione puntualissima di tutta la vicenda giudiziaria, e anche di una trentina di parlamentari che hanno firmato l’appello degli amici di Pittelli. Le questioni a questo punto sono due.

La prima, quella che comporta la salute e l’incolumità fisica del detenuto in sciopero della fame e in lunga detenzione cautelare: vogliamo lasciare che Pittelli vada avanti “fino alla fine” nel suo digiuno, e che nessun giudice si vergogni di tenere in prigione uno che è “evaso” dai domiciliari scrivendo una lettera al ministro? Ma l’altra questione, altrettanto importante, è quella processuale. La gogna, prima di tutto, e la costante violazione del segreto investigativo. L’interrogazione di Magi, Giachetti e Bruno Bossio lo sottolinea in vari passaggi. Siamo sicuri che la ministra risponderà con puntualità su questo punto. Non dimentichiamo le sue parole, quando ha parlato di “stigmatizzazione sociale” come pena. Pittelli ne sta subendo fin troppa.

Ma ci sono anche fatti più gravi, denunciati nell’interrogazione, come il forte sospetto di manipolazione della trascrizione di intercettazioni e captazioni. Per non parlare di una vera omissione di atti d’ufficio. Che fine ha fatto l’esposto dell’ex procuratore generale di Catanzaro Otello Lupacchini, che aveva ricevuto nel gennaio 2020, cioè poco dopo il blitz “Rinascita Scott”, in cui l’avvocato Pittelli avanzava una denuncia circostanziata nei confronti di un magistrato di Catanzaro? Il dottor Lupacchini si era rivolto alla procura di Salerno, competente sulle toghe catanzaresi, ma nulla era successo. Tutte domande cui qualcuno dovrà presto rispondere, perché la congiura del silenzio è stata finalmente rotta. E per un prigioniero il silenzio e l’isolamento equivalgono a una condanna a morte.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.