Comincio con una percezione molto personale. Più di chiunque altro Antonio Debenedetti – che durante gli anni ho avuto il piacere di frequentare in molti incontri e in molte conversazioni – incarnava ai miei occhi l’idea, formulata così nitidamente dal principe di Talleyrand, che la vita prima della rivoluzione fosse straordinariamente dolce ed eccitante, per il suo senso di attesa e per la sensazione di vertiginosa libertà che riesce a trasmettere. E qui mi riferisco alla metà degli anni ’60, quando il giovane Antonio (nato a Torino nel 1935), fresco di tante letture, sentiva intorno a sé crescere con l’aria di primavera una tensione politica e sociale che sarebbe sfociata nella rivolta studentesca, e da cui lui si teneva un po’ in disparte, benché fortemente incuriosito. Già perché una curiosità febbrile, ininterrotta, voyeuristica (tipica del romanziere) è una delle molle principali del suo agire.

Quegli anni prima delle rivoluzione, così vivi nei suoi ricordi e racconti, costituiscono un periodo di dissipazione di sé e di gioco, di letture disordinate e di amori malandrini, di generose velleità e di progetti in aria, di romanticismo e di sventatezza, di baci rubati e promesse non mantenute, di incontri culturali prestigiosi (era figlio del più grande critico del ‘900, Giacomo, e la sera a cena poteva venire Sartre) e di corse notturne a Saturnia per immergersi smemorati nelle acque calde. E proprio negli anni dell’impegno vissuto (seriosamente) come obbligo poteva essere divertente fare il contrario, recitare il disimpegno e fingere la mondanità, e anche attardarsi, rallentare il passo con una tartaruga al guinzaglio, mentre il Nuovo avanza inesorabile. Un cronista puntiglioso di quegli anni fu Arbasino, però Arbasino era troppo consapevole e smaliziato per assaporare davvero la dolcezza del pre-rivoluzione: sapeva già tutto e aveva letto già tutto. Mentre in Debenedetti quella dolcezza è mescolata ad apprensione, incertezza e malinconia, non sopporta troppa lucidità e troppo disincanto preventivo.

Debenedetti, almeno in ciò simile al dandy degli anni ’30 che ritrae in un delizioso libretto, si trova ad essere quasi “naturalmente” controcorrente, senza cioè avere nessuna smania piccolo-borghese di distinguersi dagli altri. Il vero dandy non è uno snob, non esibisce gusti ricercati, non insegue bizzarrie e originalità a tutti i costi, può identificarsi con i gusti delle masse anche se non aspira a conquistarne il consenso: e infatti Antonio adorava i gialli e il cinema hollywoodiano di genere, almeno come Proust e Cechov. E se negli anni allegramente “sperimentali”, prima della rivoluzione, un ribelle ed eccentrico poteva anche passare inosservato, confondersi nella massa, dopo invece – quando scoppia la Rivoluzione – non sa bene in che posto mettersi, anzi è sempre fuori posto. Antonio non si riconosce nella classe dominante, in quella borghesia italiana cialtrona, corrotta, segretamente fascista, che pure ha raccontato nei suoi romanzi, ma neanche nella folla festosa e rivoluzionaria, sempre un po’ gregaria, e rumorosamente prepotente. Infine, quando dopo la Rivoluzione torna a prevalere il disimpegno, la leggerezza coatta, e una idea consumistica, e depotenziata di letteratura, Antonio ci sorprende ancora: riscopre una propria vocazione militante, e dunque “l’impegno” e un umanesimo critico pronto alla lotta. Ha provato, ad esempio, a fare una nuova rivista (“Baudelaire”) per mettere insieme critici giovani e critici maturi in una battaglia culturale contro mode e miti fasulli, anche se il progetto non è mai decollato.

Se pensiamo alla sua ampia produzione narrativa, pochi autori contemporanei possono vantare una attenzione della critica analoga a quella che lui ha – legittimamente – esibito qualche anno fa in Quasi un racconto (Edilet, a cura di Michela Monferrini). E non si tratta solo di quantità – un centinaio di recensioni e interventi ben spalmati sulla sua intera opera – ma soprattutto di qualità: vorrei solo ricordare i nomi di Manganelli, Baldacci, Raboni, Bo, Pampaloni e fino alle nuove generazioni di critici. Una figura imprescindibile della nostra letteratura a cavallo tra il Novecento e il nuovo millennio, specie in relazione al genere del racconto. Dalla prima “metafora barocca” di Monsieur Kitsch (Milano) e dalla “scorreria linguistica” (Pecora) di In assenza del signor Plot, entrambi grondanti espressionismo virato al comico-grottesco, fino alla narrazione fluida, lineare e quasi prosciugata di Un giovedì, dopo le cinque e di In due passando per il fondamentale Giacomino, singolarissimo esempio di narrazione critico-autobiografica, e per i racconti smaglianti di Amarsi male.

Dagli anni ’70 ad oggi, dalla fascinazione per Gadda (e per la neoavanguardia) ai modelli più o meno dichiarati di Moravia (benché “scarnificato”), Soldati e Bassani. I dilemmi che mette in scena appartengono solo in parte al presente: i suoi libri assomigliano all’angelo di Klee, che sospinto verso il futuro guarda al cumulo di rovine del passato. Appaiono “deliziosamente fuori moda” (Paolo Mauri) e però continuano a ritrarre il cuore di tenebra, immutabile e quasi senza tempo, del nostro paese e della sua borghesia (variazione “sull’eterno fascismo”). Ma voglio tornare alla persona di Debenedetti, e a quella citazione di Talleyrand. Mi sembra come se una nostalgia di quella dolcezza del vivere Antonio l’avesse conservata in qualche minuscolo angolo del proprio essere, dentro i ritmi regolari, inviolabili della propria esistenza quotidiana.