Il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia sale in audizione e snocciola numeri che pesano più di ogni polemica: 297 cellulari sequestrati tra Pagliarelli e Ucciardone in un anno e mezzo, un 41-bis che “funziona” ma non basta più con chi capo non è, droni lanciamine nel mirino di Cosa Nostra. Prima ancora che parlasse, però, la cosa più interessante della mattinata l’ha detta la presidente Colosimo. All’on. Provenzano, che le chiedeva di aprire i lavori con una solidarietà politica al procuratore contro il ministro Nordio, ha risposto con quattro parole burocratiche: “va seguito l’ordine dei lavori”. E ha rinviato.

Non è un dettaglio di cronaca parlamentare, è la sostanza della cosa. Le Commissioni d’inchiesta, per l’art. 82 della Costituzione, procedono con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria: chi le presiede non arbitra uno scontro tra fazioni, accerta fatti. Vassalli lo scriveva a proposito del processo accusatorio, ma vale anche qui: non può funzionare se le parti non sono equidistanti dal giudice. E De Lucia, da parte sua, ha fatto esattamente ciò che un magistrato attento e diligente deve fare: riferire alla sede istituzionale competente, con la scrupolosità di chi conosce i fascicoli, senza cercare la cassa di risonanza mediatica. Colosimo, invece di intestarsi la battaglia di uno dei due litiganti, ha scelto di restare quello che una Commissione d’inchiesta deve essere: un accertamento, non un’arena, lasciando lavorare chi lavora.

È lo stesso principio di ieri: gli apparati dello Stato si parlano nelle sedi proprie, non nelle piazze mediatiche. Chi presiede un organo con i poteri della magistratura non può permettersi la parzialità della politica. Un’ovvietà istituzionale che, di questi tempi, suona quasi come un atto eroico.

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