A differenza del gigantesco processo Mafia-capitale, che si concluse con la certezza che la mafia non c’entrava niente con gli episodi di corruzione ai quali quel processo si riferiva, e non era padrona a Roma, il processo ai Casamonica si è concluso con la condanna per mafia. E il conseguente diluvio di anni di prigione e probabilmente di 41 bis. Fino a 30 anni per Domenico Casamonica, 20 anni per Giuseppe Casamonica, 25 anni per Salvatore, 23 anni per Pasquale, 20 anni per Massimiliano, 19 anni per Liliana detta Stefania. In tutto i condannati sono 44. È giusto così?

Leonardo Sciascia, che è stato il più importante e il primo intellettuale italiano a denunciare la mafia già dall’inizio degli anni Sessanta – quando gran parte del giornalismo e dell’intellighenzia ne negava l’esistenza – qualche anno dopo avvertì che “se tutto è mafia niente è mafia”. Non è una affermazione che tende a ridurre l’importanza della mafia, al contrario: la amplifica. Lo stesso Falcone, del resto, in molte occasioni spiegò la peculiarità di Cosa Nostra, che lui considerava una organizzazione del tutto speciale e diversa dalle normali organizzazioni malavitose. La sentenza contro i Casamonica invece va esattamente nella direzione opposta. Cosa sono i Casamonica? Non sta a noi dirlo, saranno giudicati nei vari gradi di giudizio. A occhio sono un clan fuorilegge, probabilmente, accusato di reati molto gravi, come estorsione, spaccio, usura, violenza privata. E poi accusati di associazione mafiosa. Non di omicidio, che è di gran lunga il più terribile dei delitti esistenti.  Neanche di ferimenti o altri reati violenti. Sebbene non siano accusati di omicidio, sono stati condannati per associazione mafiosa e quindi è stato possibile decidere per loro pene pesantissime, fino a 30 anni di carcere.

Cosa ha spinto i giudici a decidere che la banda dei Casamonica è mafiosa, sebbene operi in un territorio lontanissimo dai territori tradizionali dove la mafia è nata e vive, e sebbene a carico della banda non sia stata mossa nessuna accusa di omicidio? Perché una banda della malavita viene considerata efferata e mafiosa sebbene non abbia ucciso e non sia legata in nessun modo a Cosa Nostra, o alla camorra o alla ‘ndrangheta? Esiste una differenza tra mafia e malavita? Non è chiaro. È più chiaro invece il motivo per il quale, da diversi anni, una parte della magistratura tende a battere la via della mafia per perseguire ogni tipo di crimine. Il motivo è duplice. Da una parte perché contestare a un imputato l’aggravante mafiosa consente metodi di indagine più efficaci e sbrigativi, ma evidentemente meno garantisti, e questo aiuta il lavoro di perseguimento di un reato. Se per esempio ti accuso di furto – per capirci – non posso intercettare te, né tantomeno i tuoi parenti o amici. Se ti appioppo l’aggravante mafiosa posso, e tutto diventa più facile.

Poi c’è il secondo motivo e riguarda le pene, il regime speciale di detenzione, l’abolizione dei benefici penitenziari. Ormai in Italia è così: c’è un regime giuridico e penitenziario per i reati ordinari e un regime del tutto diverso per i reati mafiosi. E di conseguenza c’è la tendenza a chiedere con grande facilità l’aggravante mafiosa, per ragioni tecniche o per ideologia. Il problema è molto complesso. Sia perché è assai discutibile la costituzionalità della doppia giustizia. Come si può conciliare il doppio regime con l’articolo tre della Costituzione che impone l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge? Se la legge è legge deve esserlo per tutti, e per tutti con gli stessi modi, gli stessi tempi, gli stessi benefici e la stessa severità. Ma anche per un’altra ragione. Che senso ha il reato associativo? Far parte di un’associazione è una colpa se questa associazione commette crimini; ma allora non sarebbe giusto che il colpevole fosse punito per i crimini che ha commesso e non per l’essere o no lui un associato? Se sono associato e non faccio niente di male, qual è la colpa?

Il reato associativo fu introdotto in Italia (e non esisteva in nessuna altra parte del mondo) un po’ dopo la metà dell’800. Per colpire il fenomeno del brigantaggio, che era contemporaneamente un fenomeno di illegalità ma anche un fenomeno politico. Settori vasti del popolo del Sud resistevano a quella che consideravano una invasione piemontese. Allora scattarono le famose leggi Pica (nome di un feroce deputato abruzzese che le propose e trovò l’appoggio del governo Farini), le quali per stroncare l’appoggio da parte della popolazione di gruppi del brigantaggio, decise che il modo migliore era introdurre un nuovo reato che permettesse una repressione di massa durissima e crudele. Che portò perfino alla messa a ferro e fuoco di interi paesi. Le leggi Pica sospendevano lo Statuto Albertino, il quale, come la nostra Costituzione, prevedeva l’uguaglianza dei diritti giuridici.

Possibile che più di 150 anni dopo quelle leggi liberticide, lo Stato italiano debba ancora tenere in vigore quei principi, chiaramente in contraddizione coi principi generali del diritto? Negli ultimi decenni l’idea del reato associativo è stata difesa dai settori conservatori (ampiamente maggioritari) dell’establishment e dell’intellettualità, con la necessità di combattere prima il terrorismo e poi la mafia, che seminavano morti. Discutibile che la lotta a fenomeni criminali possa essere condotta in contrasto col diritto. Comunque oggi la situazione è molto diversa. Non stiamo più combattendo contro bande di omicidi. I delitti mafiosi sono dieci volte meno dei femminicidi. Il femminicidio, almeno su basi statistiche, è un’emergenza molto più grande. E allora non sarebbe utile tornare ai principi costituzionali e abolire le legislazioni di emergenza, specie quelle varate contro i briganti dell’800?

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.