Fu un anno che morse la Storia, almeno quella italiana, il 1976. I socialisti aprono una crisi di governo, provocano le elezioni anticipate, le perdono. Francesco De Martino, il segretario della stabilità glaciale ma molto vicina al PCI, perde la testa, spiccata con un colpo di mannaia dalla congiura di tutti i suoi figli – i giornali parlarono tutti di “parricidio”- all’Hotel Midas sulla via Aurelia, a Roma. Viene eletto al suo posto un giovanottone altissimo e milanese di nome Bettino Craxi. Lo votano in massa per levarsi dalle scatole l’insigne professore napoletano che aveva messo il piombo sulle ali del partito. Enrico Berlinguer esulta per un grande successo elettorale del Pci che ha imboccato la linea dell’Eurocomunismo, teoricamente comune ai comunisti francesi, spagnoli e portoghesi.

Grandi eventi, e li ho visti tutti. Ho visto anche il terremoto del Friuli che segnò l’inizio del successo della Lega che esploderà nel 1980, quando il Nord fece un confronto fra il comportamento civile dei cittadini del Friuli e quello dei cittadini del Sud nell’Irpinia e Campania. E poi, “la Repubblica” che venne al mondo, anzi in edicola, il 14 gennaio ed era il primo tabloid italiano: che genere di giornale sarebbe stato? Scalfari, il fondatore, aveva un recente passato di deputato socialista e dunque i socialisti speravano che questo nuovo misterioso nato in edicola fosse consanguineo o almeno parente del partito di via del Corso. I comunisti avevano molto sostenuto il nuovo giornale che assunse una prima ondata di giornalisti che provenivano da Paese Sera, giornale vicinissimo al Pci che aveva la sede nello stesso palazzo dell’Unità.

Poi le sorprese: doveva esserci Andrea Barbato, grande firma di quei tempi, ma all’ultimo momento preferì la direzione di un telegiornale della Rai. Corsero le firme monumentali del “Giorno” ormai esangue e vennero Giorgio Bocca e Natalia Aspesi. La redazione centrale di Repubblica era a piazza Indipendenza, la stessa piazza in cui sorge il Palazzo dei Marescialli del Consiglio superiore della magistratura e occupava il quarto piano. Poi si allargherà in su e in giù. Nello stesso Palazzo c’era la redazione del Corriere dello Sport e una dependance della facoltà di Magistero (allora esisteva la facoltà di magistero che raccoglieva gli studenti delle magistrali).

Nella redazione del nuovo quotidiano io avevo lavorato fin da novembre quando utilizzai le ferie arretrate al Giornale di Calabria, dove con Piero Ardenti avevamo messo in piedi il primo quotidiano calabrese, ed ero entrato a far parte d volontari aspiranti giornalisti giovanissimi del “movimento” come si diceva allora, che includeva le femmine femministe (e anche quelle non), e poi i militanti di vari gruppi extraparlamentari di sinistra fra cui Avanguardia Operaia, Potere Operaio e un po’ di socialisti sparsi.

C’era l’anarchico e romantico Luca Villoresi – da poco scomparso – con cui diventammo più parenti che amici e c’era Carlo Rivolta con l’orecchino dei contestatori e una Colt in tasca con porto d’armi perché le Brigate Rosse spingevano alla militarizzazione anche del giornalismo. È morto anche lui, molto giovane.

Era una baraonda e in poche ore Scalfari si rese conto che io ero l’unico giornalista professionista che sapesse fare cose molto tecniche come le chiusure in tipografia, e così fui subito promosso redattore capo notturno con obbligo di presenza diurno. Era un gran bel giornalismo e i fatti venivano da soli a portare acqua al mulino dell’impresa. Il primo fatto fu la crisi di governo a freddo decisa da De Martino che fece cadere il governo Moro.

Salto tutto fino alla presa d’atto della sconfitta elettorale bruciante (20 giugno) e al famoso Comitato Centrale nell’Hotel Midas sulla strada per l’aeroporto di Fiumicino. La Repubblica si schierò a favore di Antonio Giolitti, figlio dello storico primo ministro Giovanni, che aveva clamorosamente lasciato il Pci nel 1956 insieme a pochi intellettuali come Piero Melograni, e che era approdato nel Psi.

Ma l’astro nascente era Bettino Craxi, luogotenente di Nenni, già odiatissimo e amatissimo, temuto a sinistra. Allora non si poteva sapere, ma stava per iniziare un duello titanico fra due campioni: Bettino Craxi e lo stesso Eugenio Scalfari che era appena uscito con la sua Repubblica. I due si odiavano e seguitarono ad odiarsi finché uno dei due – Craxi – morì, e io ho avuto il privilegio di ascoltare da entrambi il racconto di come andarono le cose che poi determinarono un innalzamento della temperatura politica in Italia, già rovente per conto suo.
Bisogna tener conto del fatto che la politica di Enrico Berlinguer sembrava pagante: il giovane segretario comunista, scelto con accuratezza dalla vecchia guardia di Togliatti e Longo che lo avevano selezionato come il leader ideale, sembrava aver trovato la sua strada per un “eurocomunismo” occidentale che avrebbe dovuto consolidare l’autonomia dei partiti comunisti da Mosca, ma senza arrivare ad una vera rottura.

Mosca non era affatto contenta, e tuttavia cercava di ostacolare questo percorso senza ricorrere a maniere drastiche come avrebbe fatto nei suoi domini nella cintura dei Paesi “satelliti”. Mosca lasciava fare e più che altro non lesinava il suo contributo finanziario annuo per la vita dei partiti comunisti. Secondo le memorie di vari protagonisti e di quella dell’ex presidente della Repubblica Cossiga, che era stato prima sottosegretario e ministro degli Interni, ogni anno un emissario del Pci si recava a Mosca con una valigetta e veniva accolto al Cremlino negli uffici di Boris Ponomariov che si occupava di queste operazioni. L’incaricato delle Botteghe Oscure consegnava la valigia e intanto beveva del buon tè o conversava con gli addetti all’ospitalità, finché Ponomariov non entrava con la famosa valigetta, si avvicinava all’emissario, gli stringeva la mano e gli restituiva il prezioso contenitore pieno di milioni di dollari americani dal momento che Mosca pagava e commerciava usando la moneta americana. La cerimonia aveva poi un suo seguito all’aeroporto di Roma dove l’emissario del Pci avrebbe trovato ad attenderlo un alto personaggio del ministero degli Interni (e lo stesso Cossiga partecipò personalmente a un paio di queste cerimonie annuali) e due agenti del Tesoro americano con il compito di controllare che i dollari non fossero falsi.

L’accertamento non avveniva per strada, ma negli uffici dello Ior (Istituto Opere Religiose) ovvero la banca vaticana allora diretta da monsignor Marcinkus, il quale provvedeva al cambio dei dollari in lire che entravano nella stessa valigetta per essere trasferiti nel Palazzo delle Botteghe Oscure e di lì smistati sui diversi conti del partito. Questi dettagli, oltre ad essere cronaca vera e nota, sono importanti perché il punto fondamentale su cui si giocava la partita del PCI era uno solo: sarebbe il partito “rimasto in mezzo al guado” (copyright di Eugenio Scalfari) oppure avrebbe consumato il tanto atteso “strappo”?

Anche “strappo” è una parola importante, di cui ormai si è persa memoria e significato. Gli alleati occidentali, Stati Uniti in testa come dimostrano i documenti della Cia e del Dipartimento di Stato già noti e pubblicati, facevano il tifo affinché i comunisti italiani rompessero con Mosca e si avviassero al governo. Ma a condizione di una frattura totale, perché per Usa e Nato la questione era soltanto militare e non sociale: avevano già favorito la rottura di Nenni con restituzione del Premio Stalin per la famosa “svolta a sinistra” del governo italiano, e adesso sia a Washington che a Bonn (capitale della Repubblica federale tedesca) che a Parigi, tutti facevano silenziosamente il tifo per l’Eurocomunismo e il Compromesso storico di cui Aldo Moro era di fatto il garante. E Moro era anche al governo quando il PSI di De Martino provocò una crisi inspiegabile che portò alle elezioni anticipate. All’Hotel Midas di Roma si doveva dunque svolgere un traumatico cambio della guardia.

I voti determinanti per l’abbattimento di De Martino e l’incoronazione di Bettino Craxi vennero da Giacomo Mancini, il segretario socialista calabrese amico dei radicali, era stato defenestrato da De Martino al congresso di Genova del 1972 e quindi per lui era arrivata l’ora di pareggiare i conti. Molti demartiniani passarono con Craxi che fece una rivoluzione libertaria portando ad esempio Paolo Flores D’Arcais, futuro direttore di Micromega e suo acerrimo nemico, a guidare la sezione cultura del partito. Ma il vero sconfitto della rivolta interna che incoronò Craxi fu Eugenio Scalfari, che aveva tentato fino all’ultimo di far vincere il suo amico Antonio Giolitti. Da quel momento in poi fra Craxi e Scalfari fu guerra aperta e senza esclusione di colpi, mentre contro Craxi si schieravano quasi tutti i maggiorenti degli altri partiti: per primo Berlinguer che aveva inaugurato la “questione morale” come nuovo motore ideale del partito, essendosi “esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre”. La trionfale campagna elettorale del Pci del 1976 si svolse intorno a questo slogan: “Noi abbiamo le mani pulite…”.

Ma anche nelle più sottili questioni ideologiche va sempre considerato il fattore umano, e l’odio fra Craxi e Scalfari era stato di natura molto umana. Quando Scalfari fu fatto eleggere nelle liste del PSI alla Camera per Milano (e Lino Jannuzzi a Sapri per il Senato) per esser messi in salvo da una condanna per gli articoli dell’Espresso sul cosiddetto colpo di Stato del 1964, Scalfari una volta eletto si alleò col vicesegretario del PSI Giovanni Mosca contro Bettino Craxi per essere rieletto. Ma ci fu il celebre episodio del ghisa milanese, della patente illeggibile e del “lei non sa chi sono io”, che fece perdere le elezioni a Scalfari per un pugno di voti. E quando tornò all’Espresso sicuro di poterne riprendere la direzione, si trovò la porta sbarrata dalla cosiddetta “banda dei quattro” e per questo si decise a fondare un nuovo giornale di cui aveva il progetto chiaro in testa, e che illustrò anche a me negli uffici dell’Espresso di via Po.

La versione di Scalfari così come me la ha raccontata (a me e a mille altri): “Ero alla stazione centrale in attesa che arrivasse una signora, quando un vigile mi disse di spostare la mia macchina. Gli risposi che si trattava di pochi minuti ma che comunque c’era già un’altra macchina posteggiata in quello spazio. Il ghisa (vigile urbano) disse: quella è la macchina del Prefetto e può restare. Io allora gli dissi: e questa è la macchina di un deputato della Repubblica e può restare anche la mia. Allora il vigile mi chiese la patente che si era un po’ sbiadita con la sabbia del mare e mi ordinò di andare con lui al commissariato”.

La versione di Craxi, per chi lo ricorda, è fatta di grandi gesti circolari e pause snervanti. La ricordo così: “Scalfari si fece beccare a dire a un vigile lei non sa chi sono io. Quello allora gli disse sono molto curioso, mi dica chi è lei e in tanto mi faccia vedere la patente. Scalfarti tirò fuori una partente scaduta e il vigile lo portò al commissariato dove per fortuna c’erano dei nostri compagni della cronaca del Corriere della Sera che mi avvertirono subito. E io dissi: cercate di farlo pubblicare. E così la mattina dopo la prima pagina del Corriere aveva un titolo basso che diceva: Eugenio Scalfari portato al commissariato dopo aver detto a un vigile lei non sa chi sono io. E così finì la sua avventura a Milano.”

E così iniziò anche l’avventura di Repubblica e quella di tanti giornalisti come me che trascorsero in quella testata totalmente monarchica un bel po’ di anni. Del resto, il suo direttore e fondatore un giorno arrivò alla quotidiana messa solenne, ovvero la grande riunione redazionale di metà mattinata, lanciando con trascuratezza sul tavolo una copia del libro “Il cittadino Scalfari” di Claudio Mauri accompagnando il lancio con queste parole: “In questo libro si sostiene che io sia stato prima fascista, poi monarchico, poi liberale, poi radicale, poi socialista, poi comunista e democristiano ed è tutto vero”.

1º gennaio: a Milano viene diffuso per la prima volta il segnale di Radio Popolare

7 gennaio: il Psi ritira la fiducia al governo. Si dimette il IV governo Moro

14 gennaio: esce il primo numero del quotidiano la Repubblica

18 gennaio: a Milano dopo un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine, vengono arrestati i brigatisti Renato Curcio e Nadia Mantovani

29 gennaio: la Corte di Cassazione condanna il film Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci: viene vietata la proiezione e vengono bruciate tutte le copie del film

1º febbraio: rubati al Palazzo dei Papi di Avignone 119 quadri di Picasso

30 marzo: Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman vince il Premio Oscar come miglior film

1º aprile: la Camera dei deputati approva con i voti di Dc e Msi l’articolo 2 della legge sull’aborto: la pratica è considerata reato ed è ammessa solo in casi di pericolo per la vita della madre

6 maggio: terremoto del Friuli. Una serie di scosse del X grado Mercalli con epicentro a Monte S. Simeone causano 965 morti, 3000 feriti, 45000 senzatetto

17 maggio: a Torino si apre il processo contro le Brigate Rosse, ma il procedimento si blocca subito a causa del rifiuto degli imputati di nominare avvocati difensori

21 maggio: durante il Giro d’Italia muore a causa di una caduta il ciclista spagnolo Juan Manuel Santisteban

30 maggio: Adriano Panatta vince gli Internazionali d’Italia di tennis

12 giugno: Felice Gimondi vince il 59º Giro d’Italia di ciclismo

20-21 giugno: alle elezioni politiche il Pci di Berlinguer trionfa guadagnando ben 3.545.000 voti rispetto a quattro anni prima
10 luglio: a Roma viene ucciso da membri del movimento neofascista “Ordine Nuovo” Vittorio Occorsio, giudice che si occupa dell’inchiesta sulla strage di Piazza Fontana

29 luglio: viene emessa la sentenza di primo grado nel processo per il massacro del Circeo: ergastolo per Gianni Guido e Angelo Izzo, ergastolo in contumacia per Andrea Ghira

9 settembre: muore Mao Tse-Tung, leader della Cina moderna

14 ottobre: il nuovo presidente del Partito Comunista Cinese è Hua Guofeng.

2 novembre USA: Jimmy Carter ottiene il 51% dei voti: sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti

3 dicembre: a Cuba Fidel Castro diviene presidente del consiglio di stato e del consiglio dei ministri

11 dicembre: esce nelle sale cinematografiche il Casanova di Fellini

(1 – continua)

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.