Nella mia più amata gag di Roberto Benigni quando era ancora un comunista di campagna, annunciava ai componenti della sezione la serata con film, segue dibattito: «Pòle la donna esse come l’omo? No. Chiuso il dibattito». Ecco, nel 1975, fra tanti conflitti, imbrogli, complotti veri e presunti, venne fuori un creaturo la cui gestazione aveva richiesto nove anni. Il Diritto di Famiglia. In due parole: Pòle la donna esse come l’omo? Sì, pòle: la donna infatti, dice la nuova legge dopo la lunga e faticosa gravidanza, è tale e quale quanto a diritti all’uomo, salvo magari che è una creatura totalmente diversa e nella sua diversità e unicità ha diritto al totale rispetto, per lo più negato. Parole tanto importanti quanto banali, perché se apriamo oggi le cronache dopo quasi mezzo secolo troviamo femminicidi e vessazioni.

Ma nel 1975 era ancora vivo il primo femminismo italiano che sembrava aver prodotto effetti irreversibili: sembrava non si potesse più tornare indietro. E invece è stata – sia pure a zigzag – tutta una retromarcia. Al diritto di parità seguirono le quote rosa e altre diluite annacquature di diritti annunciati solo sulla carta. Intanto, l’orgogliosa figlia di un salumiere inglese, Margaret Thatcher conquistava la leadership del partito conservatore, si apprestava a installarsi al numero 10 di Downing Street per servire il suo paese insieme a un’altra donna con una corona come cappello e che non avrebbe esitato a muovere guerra al dittatore argentino Galtieri – mezzo calabrese e mezzo piemontese – per riprendersi le isole Falkland strappate all’impero con un colpo di mano. E c’erano state donne al potere come il primo ministro israeliano Golda Meir, o Indira Ghandi in India, per non dire dell’infausta e venerata Evita Peron, seconda dirompente moglie del dittatore neofascista Juan Peron. In tutto il mondo le donne erano già al comando da decenni e delle italiane l’unica ad aver fatto carriera mondiale era stata Maria Montessori. Non che il diritto di famiglia fosse un pilastro di efficienza e democrazia. Risolse alcuni problemi di principio ma ne aprì altri.

Oggi esiste la piaga sociale degli uomini maschi cacciati di casa dalle loro compagne o consorti, che dormono in macchina estenuati dagli obblighi di alimenti, ma questa è un’altra faccenda. Allora, negli anni Settanta, passarono uno in fila all’altro il divorzio, lo statuto dei lavoratori, il diritto di famiglia, e tutta la legislazione innovativa apparve allora giusta e sull’onda della nuova aspirazione ai diritti civili ma anche molto ideologica, qualcosa di mezzo fra un giacobinismo in conflitto col confessionalismo cattolico e una forte voglia di cambiar pagina rispetto a tutto ciò che aveva rappresentato l’Italia conservatrice del Regno e poi quella fascista che sulla questione delle donne era stato chiarissimo: possono marciare in uniforme agitando cerchi e leggeri bastoni nelle parate ginniche, ma devono fabbricare e tirare su marmocchi sotto il comando dei maschi di casa.

I fratelli godevano del comando sulle sorelle come nella società arcaica, cristiana, musulmana ed ebraica. Le donne, nel 1975, ancora non facevano le giornaliste come gli uomini. Erano esperte di cucina, arte, letteratura, moda e costume, benché qualcuna sapesse di economia. Sarà soltanto l’anno successivo – anzi in realtà alla fine del 1975 quando anch’io venni convocato a partecipare alla fattura dei “numeri zero” di Repubblica che andò in edicola nel gennaio del 1976 – che una intera redazione fu aperta alle donne, purché sotto l’’etichetta pretesto del “movimento”. Ma ancora, di una donna che avesse una penna rapida ed efficace si diceva “scrive bene come un uomo”. Seguivano inevitabilmente battute sessuali, di un gusto – un cattivo gusto, di cui si è quasi persa la memoria ma che allora erano ancora non solo di uso comune, ma di fronte alle quali le donne reagivano con sentimenti misti di irritazione, complicità, gradimento, furia moralista.

I rapporti uomo-donna si stavano facendo sempre più evoluti e complicati: la questione della “coppia aperta” era dominante e soltanto con l’inizio della vera stagione del terrorismo brigatista e dei Nar fascisti si assisté a uno spontaneo ritorno in famiglia, usata come presidio fisico e quasi militare di difesa contro le minacce esterne. Nel 1975 il “fuori” era ancora vivo e praticato – dopo la caduta del regime di Francisco Franco in Spagna e quella del regime gemello di Salazar in Portogallo per un colpo di mano di militari di sinistra che inaugurarono la rivoluzione dei garofani rossi – un clima di attesa messianica di qualcosa di veramente rivoluzionario che compattò i laici e i comunisti insieme ai socialisti e ai radicali, ma anche larghe zone della Democrazia Cristiana. Il Papa in carica era il bresciano Giovan Battista Montini, che era succeduto a Papa Giovanni XXII col nome di Paolo VI. Montini era un intellettuale macerato, dalla vista (storica) molto acuta: per la sua asciuttezza magra somigliava un po’ a Pio XII, il principe Eugenio Pacelli di cui era stato un agente diplomatico esperto durante la guerra e subito dopo. Ma non era un conservatore dichiarato come Pacelli e la sua espressione dolorante e incline al dubbio irrisolto dava ai cattolici militanti la sensazione che la Chiesa fosse alla finestra ad aspettare gli eventi.

Gli eventi non mancano. L’America Latina è percorsa da venti rivoluzionari che spingono a stringere patti di alleanza con formazioni guerrigliere e milizie al servizio di molte bandiere in tutto il mondo. Fra i personaggi più importanti ce n’è uno che li supera tutti e che oggi è un povero vecchio malato in un carcere di massima sicurezza parigino dove sconta ben due ergastoli per attentati in Francia negli anni Settanta e Ottanta. Quando sarò eletto presidente di una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle spie sovietiche in Italia, mi imbatterò in questo personaggio in diverse occasioni anche grazie alla frequentazione dei procuratori francesi che avevano indagato e poi fatto condannare Ilich Ramirez Sanchez, detto “The Jackal”, e che ispirò un famoso film: I tre giorni dello sciacallo con Robert Redford, in cui agiva un professionale killer a contratto al soldo di diverse potenze. Nel 1975 Carlos lavora per i libici. Per conto di Gheddafi sequestrò i ministri del petrolio dell’Opec a Vienna, circostanza poi rivelata al Mossad israeliano da Joachim Kline, transfuga del gruppo di Carlos il quale nel frattempo si era trasferito stabilmente in Libia dove era continuamente intervistato in televisione, cosa che appagava il suo insaziabile narcisismo. Gli agenti francesi Roland Jacar e Dominique Nasplèzes, dell’ “Observatoir du Terrorisme”, Carlos era a disposizione del leader militare palestinese Wadi Haddad.

Questo aggancio con un comando palestinese indipendente da Arafat dava a Carlos la possibilità di non dover rendere conto ai sovietici delle sue azioni, rendendole note nei suoi rapporti come azioni dell’organizzazione Fplp, armata e assistita dal servizio segreto militare sovietico Gru. Lo so, è complicato, ma il Gru militare sovietico agiva all’insaputa del Kgb che non aveva alcun potere sui suoi uomini, sicché il terrorista Carlos ebbe la possibilità di giocare una partita doppia sempre dalla parte sovietica, ma servendosi dai due forni in concorrenza fra loro. Vale la pena ricordarlo solo perché questa posizione strategica di quell’uomo d’azione causò molti attacchi terroristici anche in Italia, benché non sia mai stato condannato da un tribunale italiano. A quel punto Carlos disponeva del controllo di circa trentamila agenti e alcuni commandos Spetsnaz messi a disposizione dai sovietici per dirigere i corsi di addestramento nel campo di Lahej. Lì si formarono dal punto di vista militare molti combattenti della Raf tedesca e fu in Germania che il leader palestinese Walid Haddad fu preso in carico dai servizi militari.

Ciò che non appare evidente nei giornali e telegiornali è la tensione spasmodica fra i due schieramenti sovietici e americani in Europa. È in quest’anno che un giovane ufficiale sovietico di nome Vladimir Putin viene assunto nella Quinta Sezione del Kgb, nota come “Quinto direttorato” creato da Juri Andropov dopo la Primavera di Praga del 1968 per isolare ed espellere gli intellettuali dissenzienti per i quali furono aperti appositi ospedali psichiatrici diretti da un certo dottor Luns che diagnosticò una “schizofrenia strisciante” a eminenti critici del regime come Begoraz, Grigorenko, Siniavsky, Daniel, Brodsky, Kovalev e tanti altri. Come Presidente della commissione d’inchiesta parlamentare fra il 2002 e il 2006, lessi una informativa interna ai nostri servizi secondo cui una affascinante signora di nome Inge Schoenthal era stata invitata con particolare riguardo a un grande ricevimento dell’ambasciata cubana. Inge Schoenthal era stata la moglie di Giangiacomo Feltrinelli. morto sul traliccio di Segrate il 14 marzo del 1972.

Tutti sappiamo che Inge Feltrinelli fu in un certo senso la tutrice di Giangiacomo, ricchissimo erede di un impero cartaceo prima ancora che editoriale, nel senso che cercò di temperarne le “follie” rivoluzionarie. Nessuno ha ancora raccontato con la forza letteraria che il mistero consente, quegli anni terribili e sul filo della guerra che non scoppiò ma che molti si dedicavano a rendere possibile. L’abbiamo detto: quello e gli anni che verranno, saranno anni terribili, non solo di piombo e sangue, ma di cover-up, ovvero di insabbiamenti e segreti mortali mal seppelliti.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.