Abbiamo parlato nella scorsa puntata del 1973 senza accennare all’evento più drammatico, imprevisto e carico di conseguenze che allora sembrarono catastrofiche e inguaribili. La guerra di Yom Kippur. Quell’anno la festività ebraica di Yom Kippur, la più importante, quella che raduna la stessa tavola dopo lunghissima preparazione tutte le famiglie religiose e laiche del popolo di Israele, coincise con il mese di digiuno e di pace musulmano del Ramadan. Onestamente, proprio nessuno aveva immaginato che potesse accadere una cosa del genere, nemmeno in Israele dove i servizi segreti e le antenne erano irte e sintonizzate da sempre su tutti i segnali provenienti dal mondo nemico di Israele. Fu una guerra tremenda e improvvisa in cui l’Egitto alleato della Siria dell’Iraq attaccò lo stato di Israele nel tentativo di ribaltare le sorti della guerra di sei anni prima, quella del 1967 che in soli sei giorni si era risolta in una disfatta totale delle forze arabe che avevano lungamente pianto per quella sconfitta cocente e disonorevole.

Israele non se l’aspettava. Nessuno al mondo se lo aspettava. Fu un grande colpo dell’intelligence sovietica perché la guerra di Yom Kippur fu una guerra sovietica in cui specialmente l’Egitto ricevette dall’Urss le armi più moderne e anche l’addestramento si dimostrò accurato e perfettamente efficiente sul campo di battaglia. L’ artiglieria funzionava e si batteva con quella israeliana il cui personale era stato colto nel sonno e scaraventato alle sue postazioni.
All’inizio fu un trauma da formicaio: man mano che la notizia dell’attacco raggiungeva le case, tutti i cittadini, maschi e femmine, vecchi e giovani, si ritrovarono all’istante soldati rispondendo alle chiamate già prestabilite nei punti convenuti. Ma l’effetto sorpresa fu devastante. La notizia arrivò in Occidente e in Oriente come un colpo di fulmine e – in breve – tutti coloro che odiavano gli ebrei gioirono, tutti coloro che provavano pena e senso di protezione per loro e non soltanto per gli israeliani, caddero in uno stato di profonda depressione finché Tsahal (l’esercito) e l’IDF nel suo complesso si riorganizzarono.

Quando andai a intervistare Mohachem Begin, qualche anno dopo, gli chiesi quale fosse stato stata la causa della faticosa ripresa e poi della vittoria, e mi rispose: “Gli egiziani fanno come gli inglesi: raccolgono i loro ufficiali nell’alta borghesia e nell’aristocrazia politica. Mettono al comando i figli dei potenti. I nostri sono selezionati tra gli adolescenti più audaci, nelle strade, e così abbiamo un personale militare pronto a combattere senza arrendersi. Noi odiamo la guerra e non possiamo permetterci il lusso della sconfitta. In questo – mi disse ancora Begin – consiste la differenza fra noi israeliani e gli arabi: loro possono perdere tutte le guerre ma essere ancora pronti a cancellarci dalla faccia della terra, mentre noi possiamo vincere tutte le guerre ma sappiamo che se perderemo la prossima perderemo vita, figli e patria”. Tutti dissero allora: questa sarà la più grave crisi energetica della storia. Chiuderanno i pozzi petroliferi. La benzina andrà alle stelle. Il mondo diventerà povero perché non potrà più trasportare cibi al mercato. È l’inizio della fine della civiltà. Parlavano soltanto dei disastri che la guerra mediorientale avrebbe causato al prezzo del petrolio, non ricordando che quando sale il prezzo del petrolio in Medioriente, quello russo fa affari d’oro.

La guerra cominciò il 6 ottobre 1973 con un attacco simultaneo e preparato con segretezza militarmente encomiabile dalla Siria, dall’Egitto, e poi dagli altri paesi arabi della coalizione. Ma fu prima di tutto la vendetta egiziana. Gli egiziani erano stati malamente umiliati nel 1956 quando Nasser nazionalizzò il canale di Suez che apparteneva ad una compagnia privata franco-inglese abilitata ad operare sul territorio nazionale egiziano, e Anthony Eden, già ministro degli Esteri di Winston Churchill, affamato di una guerra che riaffermasse l’esistenza dell’impero britannico, si mise a urlare che Nasser era come Mussolini e che andava trattato come Mussolini e sconfitto come Mussolini. Non che Nasser fosse troppo dissimile da Mussolini, ma era, come quasi tutti gli egiziani, filo-inglese, sentendosi debitore dell’impero per tutte le innovazioni di cui la sua patria aveva fatto uso per diventare una nazione relativamente moderna. Nel ‘56 gli israeliani si accodarono all’attacco franco-inglese mentre americani e sovietici – per la prima volta uniti dopo la seconda guerra mondiale – intimarono l’alt alle operazioni che avrebbero dovuto concludersi con la conquista del Sinai da che lo avevano invaso seguendo un piano secondo cui il Regno Unito avrebbe ottenuto un mandato dell’Onu come peace-keeper per rinsaldare la propria potenza.

Nel 1956, sotto la frusta di Mosca e di Washington, inglesi e francesi tornarono alle loro case abbattuti umiliati e gli israeliani semplicemente, si ritirarono. Poi ci fu la grande vittoria israeliana del 1967, i sei giorni. L’esercito di Zahal guidato dal generale Moshe Dyan con una teatrale benda nera, sull’occhio perduto in guerra, travolse l’esercito egiziano con un blitz krieg all’israeliana in cui i soldati combattevano come gruppi di pirati collegati via radio.
Stavolta invece le cose andavano per le lunghe: in Siria si era appena installato Hafez al Assad il padre dell’attuale Bashar al Assad, un uomo del partito Baath nazionalsocialista antisemita, a suo tempo alleato dei nazisti tedeschi. Inoltre era un leader laico, anzi ateo e quindi malvisto dei religiosi sunniti che gli negavano il pieno appoggio di una popolazione sensibile quasi soltanto al richiamo dei muezzin. Lo sbandamento israeliano durò sette giorni durante i quali egiziani e siriani penetrarono profondamente in Israele. Ma fu presto chiaro che la loro strategia militare, di scuola tradizionale sovietica, era vecchia anche se bene organizzata. Lo shock nel comando operativo israeliano fu molto duro ma l’analisi che ne seguì dette i suoi frutti. Fu deciso infatti di suddividere le formazioni di carri israeliani in piccoli gruppi di due o tre fra loro dotati di una eccellente comunicazione radiofonica di cui le forze armate sovietiche non erano ancora provviste.

I carri israeliani riuscirono così a penetrare attraverso le linee egiziane e con una serie di operazioni di ingegneria molto ardite le avanguardie della fanteria israeliana riuscirono a varcare il canale di Suez su passerelle gettate su pontoni galleggianti dai genieri e su quelle passarono poco dopo gli stessi carri armati israeliani ormai in Africa sulle piste che conducevano al Cairo: alla loro testa era un generale che per questa operazione diventò famoso, Ariel Sharon, che sarà il primo ministro e molti anni dopo decise di donare la striscia di Gaza strappata agli egiziani, personalmente a Yasser Arafat sperando così di chiudere una partita sanguinosa. (Ma Sharon fece questo regalo senza calcolare la forza e la potenza di Hamas, nemica sia dei palestinesi che degli israeliani). Allora i combattimenti furono sanguinosi anche perché i soldati egiziani e siriani si batterono con disciplina e coraggio e morirono in grandi quantità. In tre settimane i morti nel complesso furono 15.000 di cui solo 2000 israeliani. Fu allora che Anwar el Sadat, il presidente egiziano che si era giocato la vita con la guerra, capì che era arrivato il momento di arrivare a far pace con gli israeliani e di mandare al diavolo i russi.

Fu a causa di quella guerra del 1973 che l’Egitto decise di normalizzare le relazioni con lo Stato ebraico, di sfidare le forze che si opponevano al suo interno, e furono proprio quelle forze che qualche anno dopo presentarono il conto con un attentato letale che uccise Sadat mentre assisteva alla parata delle sue forze armate. L’Egitto pagò la propria decisione di far pace con Israele, nel ‘73, con l’espulsione immediata dalla Lega araba, un organismo oggi scomparso, bellicoso, militaresco, e che durò finché durò la guerra fredda cioè fino alla caduta di Berlino nel 1989. La guerra per tentare di sopprimere Israele e che Israele invece aveva vinto, divise la destra dalla sinistra in Italia e nel mondo. In breve, quasi tutta la gente di sinistra sia pur tra qualche se e qualche ma, fece il tifo per una operazione che non avrebbe dovuto soltanto correggere confini ma avrebbe dovuto cancellare lo Stato ebraico che le Nazioni Unite avevano ordinato che nascesse insieme ad uno stato palestinese.

Dal 6 all’ 11 ottobre del 1973 era durata l’illusione della vittoria ma già all’alba del 12 si vide che la realtà era diversa. La Siria perdeva definitivamente le alture del Golan, su cui aveva piazzato la sua artiglieria per battere Israele. Mentre ancora duravano i combattimenti, gli Stati Uniti si offrirono come mediatori per un cessate il fuoco. Ma Mosca si oppose finché eserciti arabi sembrava vincessero. Nell’ultima fase, gli americani decisero di rifornire massicciamente e senza alcun sotterfugio le forze israeliane che seguitarono a combattere dopo il cessate il fuoco ordinato dall’Onu.
Fu quello uno dei momenti di massimo attrito tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. Henry Kissinger, segretario di Stato di Nixon, volò a Mosca per chiedere ai sovietici che intenzioni avessero, perché il suo paese – disse – non avrebbe più tollerato l’uso della guerra per annientare Israele. I russi, a parti invertite, furono costretti loro a chiedere agli americani di imporre all’esercito israeliano di cessare la sua avanzata sul Cairo e di deporre le armi.

La guerra di Yom Kippur sconvolse i prezzi del petrolio su cui prese il comando l’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori, imponendo valori fittizi e cominciò una trattativa che spaccò l’occidente: gli americani erano furiosi con gli europei perché non avevano mosso un dito per soccorrere Israele o anche semplicemente per dire chiaramente da che parte stavano. L’Europa sentiva l’America come una potenza non amica le cui azioni avrebbero potuto compromettere gli interessi europei determinati dal prezzo del petrolio e quindi la guerra di Yom Kippur fu considerata l’evento che mise fine alla perenne amicizia dell’Europa debitrice nei confronti degli Stati Uniti è sua alleata. L’America repubblicana rispose a brutto muso che avrebbe fatto da sola, esattamente come poi accadrà con Donald Trump. Anche l’America si spaccò. La fazione filoeuropea, allora come oggi, cancellò la sua tradizione, che era quella di stare dalla parte degli israeliani, cambiò campo benché il nerbo dell’elettorato democratico americano fosse costituito allora come oggi da ebrei di sinistra.

Questo evento gigantesco determinò uno scossone brutale in tutte le agenzie dei servizi segreti europei e americani, un capovolgimento della politica sovietica nei confronti dei paesi arabi, una revisione radicale delle questioni energetiche e dei problemi dei prezzi del petrolio e una risposta conseguente ed immediata di quella guerra fu la vampata del terrorismo sotto le bandiere filopalestinesi e filolibiche pur di creare uno schieramento anti-americano che permettesse la collusione della destra con la sinistra. In Italia subito dopo nacquero le Brigate Rosse cui si sarebbero aggiunte le sedicenti brigate nere dei Nar neofascisti con le stesse modalità e armamenti e sloganistica, di quelle ispirate al mondo sovietico. Cominciava così un lungo decennio in cui si svolse una guerra a bassa intensità coperta da strati di retorica.

Le conseguenze più sdolcinate furono quelle delle domeniche ecologiche in bicicletta che tanti ricordano come un’età felice molto simile alle giornate naturalistiche di oggi in cui tutti ci precipitavamo con le bici, i bambini sul collo o in canna, le merende sul portapacchi e le borse a penzolare dal manubrio per raduni in luoghi pieni di zanzare in cui con grande spirito di adattamento ci dichiaravamo ci dichiaravamo tutti più o meno fieri di esser parte di una grande coalizione anticapitalista.

(Seconda parte – Fine)

 

CRONOLOGIA DI VENTI ANNI

1956: Il Presidente egiziano Nasser nazionalizza la Compagnia del Canale di Suez. Fallisce l’attacco Anglo-Francese all’Egitto.

1958: Scoppia la rivoluzione in Iraq. Gli Stati Uniti intervengono in Libano. Viene proclamata la Repubblica Araba Unita fra Egitto e Siria.

1960: Nasce l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC).

1965: Prima azione di resistenza armata da parte dei Feddayn di Yasser Arafat.

5/11 giugno 1967: Guerra dei sei giorni, Israele occupa la parte orientale di Gerusalemme, la Cisgiordania, la striscia di Gaza, la penisola del Sinai e l’altopiano del Golan, che si annetterà del dicembre del 1981.

22 novembre 1967: Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite chiede all’unanimità il ritiro di Israele dai territori occupati.

1970: Muore il Presidente Egiziano Nasser. I Palestinesi vengono espulsi dalla Cisgiordania.

1972: Un gruppo di Palestinesi sequestra gli atleti Israeliani alle Olimpiadi di Monaco, l’azione si conclude in una strage.

1973: Guerra del Kippur e prima crisi petrolifera.

1974: Arafat pronuncia il discorso del mitra e dell’ulivo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

1975-1976: In Libano è guerra civile, la Siria e Israele invadono il paese.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.