Fu l’anno delle uova di serpente. Ne furono deposte molte, un po’ roba russa, un po’ americana, un po’ mafiosa, un po’ nostrana, oggi non è facile sminare il passato per ricostruire i sentieri dei nidi dei rettili perché le tracce più importanti sono state fatte sparire. Visto che mentre scriviamo il capo del governo italiano è di ritorno dalla Libia, partiamo da questa amara ex colonia, che l’Italia strappò alla Turchia con una guerra nel corso della quale il sovversivo Mussolini Benito, pacifista e per questo ricercato, insieme a Pietro Nenni faceva stendere le donne sulle traversine dei binari che portavano le tradotte dei soldati all’imbarco per l’Africa. Giovanni Pascoli -viceversa – il poeta intimista e socialista aveva scritto che “la grande proletaria – l’Italia – si è mossa”. Soltanto molti anni dopo, una volta che furono perse la Seconda guerra mondiale e le colonie, si scoprì che la Libia era un serbatoio di petrolio. Per la verità, l’Italia aveva inventato la Libia recuperando la “Lybia” romana, mettendo insieme Cirenaica e Tripolitana che erano e sono nazioni lontane, nemiche e diverse.

Il colonnello Muammar Gheddafi nell’estate 1969 aveva fatto il suo colpo di Stato con l’aiuto del Sid (servizio segreto militare italiano) instaurando una dittatura dagli atteggiamenti contorti e altalenanti verso l’Italia, sul cui suolo comunque il colonnello considerava un suo diritto spedire agenti militari a lui fedeli per liquidare i dissidenti. Questo fu uno sporco compromesso che gli fu concesso in cambio di una politica petrolifera amichevole. All’inizio del 1970 il nostro Servizio segreto sventò un primo tentativo di colpo di Stato contro Gheddafi consegnando gli insorti al capo della polizia segreta libica, maggiore El Houni: si trattava di un gruppo di mercenari ingaggiati dal “principe Nero” Abdullah Ben Abdid nipote dello spodestato re Idris: presi ap­pena sbarcano in Libia, su informa­zione del ministero degli esteri italiano, oltre che del Sid. Nel frattempo, Hafez Assad attua il suo colpo di Stato in Siria, che vive di sovvenzioni del Kuwait e dell’Arabia Saudita.

Il colpo di Stato è uno sport molto diffuso in quegli anni e anche in Italia ne viene agitato lo spettro come un salvaschermo, ma anche con molte operazioni di intossicazione e propaganda, visto che si prepara una specie di mascherata che nella notte dell’8 dicembre farà scattare una specie di opera comica con il cosiddetto “Golpe Borghese”, in cui i congiurati radunati negli scantinati del ministero degli Interni, dopo alcune ore di attesa inutile se ne tornano a casa infreddoliti. Ma si parlava molto, a sinistra, del “cattivo amerikano” col kappa, che effettivamente era molto preoccupato per l’atteggiamento tentennante sul piano delle alleanze militari sia dei comunisti che dei socialisti al governo.

James Clavio, addetto militare dell’ambasciata Usa a Roma, diplo­matico di origine abruzzese come Carmel Offie e Volpe, secondo quanto dirà depo­nendo Orlandini al processo per lo strano colpo di Stato, diranno che gli americani attraverso il loro ambasciatore sondavano la disponibilità di ufficiali italiani all’ipotesi di un colpo di Stato militare. C’era agitazione anche in Jugoslavia – un altro dei Paesi oggi scomparsi – e infatti l’ambasciatore jugoslavo a Stoccolma, generale Vladimir Rolovic, fu ucciso da due ustascia accusati dal regime di Tito di aver promosso gli scioperi del dicembre 1969. Quest’aria di colpo di Stato, minacce militari e intrighi fu percepita anche da un uomo della sinistra socialista con la testa sulle spalle come Riccardo Lombardi, che disse di aver notizia di un “protocollo segreto” norvegese sottoscritto dai 15 ministri degli Esteri della Nato che prevedeva un intervento eccezionale per operazioni di grande rilievo militare su autorizzazione del comandante delle truppe Usa in Europa.

Oggi sappiamo che lo scontro militare fra Usa e Urss stava raggiungendo punte particolarmente pericolose perché entrambe le superpotenze si accusavano di piani aggressivi reciproci e giuocavano sulla scacchiera europea dell’Est e dell’Ovest con tutte le risorse, specialmente quelle propagandistiche in cui bisogna ammettere che i russi erano i più scaltri ed efficaci, perché sapevano inondare la stampa occidentale di una quantità di disinformazione di cui la controparte era semplicemente incapace. Certamente qualcuno stava preparando una operazione golpista, in Italia, prevista per quel mese di dicembre e poi abortita. Fu battezzata col nome in codice “Tora-Tora” (nome rubato ai giapponesi che così chiamarono l’operazione dell’attacco alla base americana di Pearl Harbor nel dicembre 1941 che scatenò la guerra nel Pacifico). Il nome probabilmente fu ispirato da un film che uscì proprio quell’anno e che raccontava l’attacco giapponese.

Ma l’intero mondo era in subbuglio. Dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967 il Fronte di Liberazione della Palestina di Yasser Arafat era diventato una potenza politica e militare, in particolare con il gruppo “Forza 17” che era la sua ala militare. Cominciò la stagione dei dirottamenti aerei e di una forma di terrorismo del tutto nuova per il mondo occidentale. Fin ad allora si entrava negli aerei senza passare alcun controllo con i metal detector e si poteva persino fumare dopo il decollo. Per la verità ancora tutti fumavamo come turchi e ogni casa o quasi puzzava di fumo. In quell’anno, oltre il femminismo, ci fu una vera New Entry che covava sotto la cenere del 1968: la questione ecologica. Si cominciò a parlare, e a scrivere, di plastica, di rifiuti, di ambiente inquinato e l’inquinamento diventò subito una faccenda politica. L’Est sovietico inquinava come un’unica ciminiera velenosa perché mandava avanti tutte le sue fabbriche a carbone, senza la minima protezione. Da noi la situazione non era migliore, ma si cominciava a guardare all’energia nucleare come a una cosa buona, pulita, molto redditizia e sicura. Erano ancora da venire i tempi di Chernobyl e della politica antinucleare.

Ma torniamo al terrorismo e alla tragedia in Medioriente. In un solo giorno di settembre, il 6, le cronache registrano quattro dirottamenti aerei nella Germania oc­cidentale, Svizzera e Olanda con una odissea sulle prime pagine, i teleschermi e i volti dei passeggeri terrorizzati . Tutto si concluse il 15 settembre con il massacro di settemila palestinesi da parte dell’esercito giordano. Questa data sarà ri­cordata come il “Settembre nero”. I palestinesi superstiti, espulsi dalla Giordania, si tra­sferiscono nel Libano dove si organizzarono per costruire uno Stato nello Stato libanese, con una supremazia economica e militare su gran parte delle frazioni etniche e politiche in cui è diviso il Libano. Anche la mafia si sta riorganizzando e le guerre che alimentano questa riorganizzazione ebbero un momento di massimo clamore verso la fine dell’anno, il 10 dicembre, quando un commando di una de­cina di persone, alcune travestite da carabinieri, entra negli uffici del co­struttore Salvatore Moncada e uccide Michele Cavataio, pezzo da novanta durante la prima guerra di mafia.

Con questo delitto termina la grande guerra degli anni Sessanta che si conclude con l’insediamento di un quadrumvirato composto da Salvatore “Totò” Riina che agisce per conto di Luciano Liggio, Stefano Bontade, Gaetano Badalamenti e Bernardo Provenzano. Stava preparandosi una nuova fase, nuove uova di serpente e nuovi serpenti, nuove alleanze con collegamenti internazionali. Tommaso Buscetta – l’uomo che Giovanni Falcone interrogò personalmente ricostruendo tutte le relazioni della rete mafiosa, fu espulso dagli Stati Uniti per iniziativa del Narcotici Bureau che lo considerava il re della cocaina. Buscetta fu un personaggio tragico e centrale nella storia della mafia ma più ancora nella storia di Giovanni Falcone. Quando ci incontrammo per una intervista televisiva, Falcone mi regalò le fotocopie – che ho fatto rilegare e che occupano un bello spazio nella zona Mafia della mia libreria – delle pagine manoscritte in cui lui stesso, Falcone, verbalizzava a mano ogni parola di Buscetta perché non voleva cancellieri intorno, nessuno che in qualsiasi modo potesse interferire nel suo rapporto personale con il trafficante di droga più ricercato e allo stesso tempo più perseguitato dalle cosche.

Prima di essere arrestato, Buscetta aveva partecipato al vertice di Cosa Nostra che si era svolto a Zurigo il 14 luglio per varare una stagione di rapimenti e riscatti, prima di tornare in Usa dove però fu arrestato e poi rilasciato insieme al figlio su cauzione di 75 mila dollari riuscendo a fuggire in Brasile dove cambiò nome e mise su una nuova famiglia. E dove i servizi segreti italiani lo scoveranno, lo inviteranno a trattare per ottenere un ritorno blindato in cambio della verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Non c’era da fidarsi, ma il tutore del patrimonio di informazioni venute da Buscetta sarebbe stato un siciliano di ferro: il procuratore Giovanni Falcone. Torniamo ora al ‘70.

Il 16 settembre sparisce il giornalista dell’Ora di Palermo, Mauro De Mauro. Sulla sua scomparsa fiorì una letteratura. Posso dire quel che accadde quando la Commissione bicamerale d’inchiesta sul Dossier Mitrokhin, da me presieduta, interrogò l’ex capo della “residentura” romana del Kgb sovietico a Roma, il colonnello Leonid Kolosov, il quale disse molte cose scioccanti, salvo il fatto che non poteva esibire alcuna altra prova se non la sua personale conoscenza. Kolosov parlava un eccellente italiano, disse che davanti al suo ufficio nell’ambasciata di via Gaeta a Roma “c’era la fila degli italiani che volevano collaborare con il Kgb”, disse che non accettò mai la collaborazione di comunisti iscritti al partito ma solo di socialisti e democristiani che non potevano essere compromessi, disse che il famoso “colpo di Stato del generale De Lorenzo” per cui erano stati processati e condannati (e poi assolti) i giornalisti dell’Espresso Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, non era mai esistito e che la diffusione delle notizie su De Lorenzo erano state create ad arte per screditare il capo dei servizi segreti italiani e poi parlò di Mauro De Mauro: «De Mauro – disse davanti all’intera Commissione – era un giornalista italiano e un nostro agente. Ha servito il Kgb per molti anni e fu fatto sparire dagli americani.

Una nostra inchiesta si concluse con il ritrovamento del luogo in cui gli agenti della Cia l’avevano fatto sparire: un pilone di cemento sotto un’autostrada». L’audizione in cui Kolosov raccontò questa e molte altre storie avvenne in due giorni di giugno del 2003 nei locali della Commissione in via San Macuto. L’otto dicembre avvenne l’“operazione Tora Tora”, ovvero l’abortito golpe del principe Junio Valerio Borghese che era stato un fascista molto particolare. Non ci fu alcun golpe ma qualcuno aprì gli armadi negli scantinati del Viminale per prendere alcuni fucili automatici che poi furono rimessi a posto e nessuno seppe nulla. L’Italia era ormai entrata in uno dei suoi tunnel più neri e Sergio Zavoli intitolerà la sua inchiesta accurata e drammatica per la Rai, “La notte della Repubblica”.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.