Giangiacomo Feltrinelli – editore ed erede di uno dei più grandi patrimoni dell’Europa centrale – saltò su un traliccio a Segrate mentre stava innescando una bomba. Questa la versione accreditata: il ricco intellettuale rivoluzionario rimase ucciso da un innesco terrorista e maldestro. Sarà vero? I dubbi restano. Personalmente seguito a dubitare. Si seppe che i nostri servizi segreti erano stati allertati in anticipo ma in modo vago, che c’era stato uno strano movimento di spie, ma siamo sempre in quell’area terribilmente grigia della politica e della storia e delle mancate rivoluzioni e insurrezioni. L’incredibile fatto avvenne mentre Enrico Berlinguer veniva eletto segretario generale del Partito comunista italiano, succedendo a Luigi Longo, il comandante partigiano cupo disciplinato duro e puro.

Enrico Berlinguer era da anni in dirittura d’arrivo con un cursus honorum esemplare, giovane militante perfetto e senza ombre, era la speranza del partito. La vecchia guardia che aveva fatto la Resistenza se ne andava e insediava il sottile intellettuale di famiglia aristocratica sarda, cugino di Francesco Cossiga di cui diceva che “con i cugini al massimo a Pasqua ci si mangia l’agnello”. Enrico era di ottima famiglia, figlio di un vecchio e prestigioso socialista, sposo fedele e padre esemplare, come piaceva al partito che aveva digerito con difficoltà l’irregolarità maritale di Palmiro Togliatti che era sposato con Rita Montagnana ma si unì alla staffetta partigiana Nilde Jotti. Personalmente ho sempre pensato che la santificazione della signora Jotti, persona ovviamente impeccabile, sia stata dettata anche dalla necessità di soddisfare le forme più pedanti della morale comunista di quel partito totalmente oscurantista sul piano della vita privata.

Enrico aveva un piano, che poi andò in porto in piccola parte ma che segnò fortemente la storia: un piano che maturò gradualmente ma che era già un germoglio quando prese le redini delle Botteghe Oscure e che non era ignoto al vertice. Lo scopo era quasi impronunciabile, ma veniva sussurrato: sganciare con estrema cautela il Partito dai legami con l’Unione Sovietica a cominciare dai finanziamenti, procedendo per gradi e con il fine di trovare un aggancio in Occidente, ma senza comportarsi come certi socialisti e socialdemocratici che si erano dai all’anticomunismo sguaiato più indecoroso. Berlinguer non amava i socialisti. Apparteneva alla tradizione comunista secondo cui anche con i socialisti, come con i cugini, si può al massimo mangiare l’agnello per Pasqua, ma poco più di questo. Quando nel Psi emergerà la leadership di un altro uomo di sinistra alla ricerca della sua strada originale ed anticomunista come Bettino Craxi, fra i due scoppierà un duello che poi diventerà una guerra letale.

Bisognerà aspettare il colpo di Stato in Cile per avere lo spunto che innescò i famosi articoli che Berlinguer pubblicò su “Rinascita”, il settimanale ufficiale del partito, per capire che cosa aveva in mente. Un rilancio del compromesso fra comunisti e cattolici democristiani, che in fondo era nel solco della tradizione della “svolta di Salerno” con cui Palmiro Togliatti, che era a Mosca come numero due del Comintern, si sentì ordinare dal numero uno Georgi Dimitrov per disposizione del compagno Stalin, di tornare in Italia e fare del piccolo Partito comunista puro, settario e militarizzato, un partito largo, aperto, persino magnanimo con i vinti (tanto da irritare socialisti e azionisti) e anche non intransigente con la monarchia. E poi, fraterno con i borghesi purché sostenessero un fronte antifascista che aveva ancora un senso nello schieramento militare dell’ultimo squarcio della guerra. Di lì, Togliatti – che inizialmente non era stato molto contento delle disposizioni staliniane dettate esclusivamente dalle necessità strategiche dell’Urss – sviluppò, con l’uso audacissimo delle cultura, un partito “di tipo nuovo” che scavalcò i socialisti nel consenso popolare e si accreditò come partito ragionevole.

Ragionevole al punto di votare l’inclusione nella Costituzione dei Patti Lateranensi firmati da Mussolini per tranquillizzare i cattolici. Fu così che dette forma a un soggetto politico organizzato e riconosciuto da tutti come interlocutore rispettabile. Berlinguer -trent’anni più giovane di Togliatti – era minuto, elegante, sarcastico, tenero in famiglia, ma un piccolo uomo d’acciaio quanto al resto, e dunque iniziò la sua avventura nata da una investitura per cooptazione, come in tutti i partiti comunisti. Gli anziani, il comitato centrale, ma più che altro il vecchio leader che aveva fatto da reggente fra Togliatti e il dopo, e cioè Luigi Longo, lo scelsero come il miglior figlio. Si perpetuava la tradizione per cui il leader comunista doveva appartenere all’area ligure sardo-piemontese. Savoia. Gente di poche parole e fatti di ferro. Il popolo comunista scandì subito nelle strade i nomi dell’albero genealogico appena arricchito dalla new entry e suonava bene: “Viva Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer”. Fu l’inizio di una traversata, come scriveva allora Eugenio Scalfari, che avrebbe dovuto portare il partito al di là del guado consumando fino alla fine il famoso “strappo” dall’Unione sovietica che però non ci fu, anche perché si era fatto tardi e il comunismo mondiale stava collassando da solo.

La strategia di Berlinguer coinvolse Aldo Moro e il suo destino tragico, come vedremo quando arriverà l’anno.
Intanto questo 1972 si dipanò fra sanguinosi colpi di scena in luoghi diversi e uno dei più tremendi fu l’omicidio del commissario Luigi Calabresi a Milano il 17 maggio. Un delitto per il quale furono processati e condannati Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani (che proprio ieri è stato arrestato in Francia, 49 anni dopo l’omicidio che gli viene imputato), Ovidio Bompressi e Leonardo Marino, quest’ultimo il pentito più volte messo in discussione. L’esecuzione avvenne in strada, sotto l’abitazione del commissario che fu abbattuto dalle revolverate di due assassini in motorino , mentre stava salendo a bordo della sua Fiat 500 per andare in Questura.

Il delitto fu considerato la vendetta – anzi l’esecuzione di una sentenza popolare auspicata da Lotta Continua – per la morte di Giuseppe Pinelli, l’anarchico ingiustamente accusato per la strage di piazza Fontana che morì precipitando da una finestra della questura in cui era interrogato. Ma non alla presenza di Calabresi. Il quale fu additato da una feroce campagna di stampa come l’assassino dell’anarchico buono, e definito “commissario torturatore” in un appello agli intellettuali pubblicato dal settimanale L’Espresso, firmato da 757 sottoscrittori fra cui Umberto Eco, Norberto Bobbio, Federico Fellini e tanti altri che in seguito provarono profondo imbarazzo o dissero, come Domenico Porzio, “Eravamo giovani e scatenati”. Erano tempi di spaccatura verticale, peggio di oggi.

La strage c’era stata, il morto volato dalla finestra anche. La tensione era altissima e tutti si dedicavano alla propria “teoria della cospirazione” così com’era accaduto in America con l’omicidio Kennedy e le infinite indagini che non approdarono mai a nulla. Intanto i tribunali di Milano, Roma e Catanzaro si rimandavano la palla del processo per la bomba di piazza Fontana. Si parlava sempre più di terrorismo neofascista, anzi neonazista con interventi dei servizi tedeschi mentre in Medio Oriente si costruiva una sorta di internazionale. A Baddawi in Libano si riunisce nel mese di maggio per iniziativa del Fronte popolare di liberazione della Palestina un summit cui partecipano gruppi guerriglieri sudamericani, l’Ira irlandese, sciiti iraniani, i movimenti Eta basco, Jar, Tpla ed elementi che si danno per collegati alle future brigate rosse con esponenti della Baader Meinhof tedesca e il numero due di Yasser Arafat, Abu Ayad capo del gruppo “Al Wicab” il quale emergerà come l’organizzatore ed ideatore della strage di Monaco, che è l’altro atroce fatto di sangue di quell’anno.

A Monaco di Baviera, durante le olimpiadi estive, una squadra di killer guidati da Abu Ayad uccise fra il cinque e il sei settembre, undici atleti israeliani. Morirono anche cinque terroristi e un agente di polizia. Per la Germania era il primo grande evento olimpionico organizzato sul suo territorio dalla fine della guerra, e per la prima volta un team di sportivi ebrei dello Stato di Israele andava a partecipare ai giochi organizzati nel Paese in cui sei milioni di ebrei erano stati uccisi. Dal punto di vista simbolico il messaggio era chiaro: nel luogo della Shoà, noi seguitiamo ad uccidere ebrei. L’organizzazione Al Wicab era nota al mondo come Settembre Nero, nome che ricordava la carneficina di palestinesi avvenuta nel 1970 in Giordania per decisione delle autori giordane che intendevano espellere i rifugiati palestinesi dai territori occupati dopo la guerra dei Sei Giorni da Israele e che avevano costituito in Giordania uno Stato nello Stato.

Il cancelliere della Repubblica Federale tedesca era allora Willy Brandt, l’ex eroico sindaco di Berlino ai tempi della resistenza contro il blocco voluto dai sovietici. Toccò a Brandt chiamare il primo ministro israeliano Golda Meir mentre era in corso una trattativa fra i terroristi e le autorità tedesche. Golda disse a Willy di non cedere: “Non trattate, sono nostri figli, ne portiano noi la responsabilità”. Dopo il massacro, il Mossad ricevette l’ordine dal Primo Ministro israeliano di identificare tutti i componenti della banda degli assassini, i loro complici, coloro che avevano assicurato la logistica ed ogni tipo di aiuto ed ucciderli tutti. Con calma, con certezza, senza sbagliare un colpo. Come avvenne.

Ma prima della strage di Monaco, in tarda primavera, era avvenuto un inspiegabile eccidio a Peteano, in provincia di Gorizia, dove una bomba fece saltare in aria e uccise tre carabinieri ferendone gravemente altri due. Non si era mai visto un delitto del genere. Un delitto simbolico con sacrificio umano di alcuni giovani che indossavano la divisa dei carabinieri e soltanto a causa della loro appartenenza all’Arma. Anche questo delitto schiuderà un buio passaggio attraverso le tenebre del nuovo terrorismo cui l’Italia non era abituata. Dodici anni dopo, nel 1984, si dichiarò responsabile un neofascista friulano, Vincenzo Vinciguerra, militante di Ordine nuovo.

Oggi fatichiamo a ricordare queste sigle, quei fatti, quel clima e anzi la maggior parte di noi, di voi, non ne ha mai sentito parlare, ma è bene essere pronti: gli anni Settanta in Italia furono anni di morte, menzogna sangue ostaggi, dei comunicati, dei ricatti, delle false piste, dei killer ideologici e di quelli a pagamento. In fondo al tunnel ci aspetteranno i chiassosi e fatui anni Ottanta, di cui molto male si dirà per la loro sconsiderata fatuità. Ma ancora devono passare otto anni di inferno e li ripercorreremo insieme.

( 1 – continua)

LA CRONOLOGIA DEGLI EVENTI DEL 1972

14 gennaio: muore Federico IX, re di Danimarca. Gli succede la figlia Margrethe

27 gennaio: a Parigi il quotidiano Paris Jour cessa le pubblicazioni

21-28 febbraio: il presidente degli Stati Uniti d’America Richard Nixon si reca in visita ufficiale in Cina. L’incontro vale al paese asiatico il riconoscimento ufficiale di “grande potenza” e rappresenta il preludio al ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Cina e Stati Uniti

23 febbraio: si apre a Roma il processo per la strage di piazza Fontana, nel quale sono imputati Pietro Valpreda e Mario Merlino. Dopo pochi giorni il processo viene spostato a Milano per incompetenza territoriale

26 febbraio: Nicola Di Bari vince la 22ª edizione del Festival di Sanremo con la canzone I giorni dell’arcobaleno

15 marzo: viene trovato il corpo dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, fondatore dei Gruppi d’Azione Partigiana, morto il giorno precedente a causa dell’esplosione dell’ordigno con il quale cercava di minare un traliccio dell’alta tensione

11 aprile: Vittorio De Sica vince il suo quarto Oscar con il film Il giardino dei Finzi Contini, tratto dal romanzo di Giorgio Bassani

30 aprile: a Renato Guttuso viene assegnato il Premio Lenin per la pace

21 maggio: la Pietà di Michelangelo viene deturpata a martellate dall’australiano di origini ungheresi László Tóth

17 giugno: l’atleta Pietro Mennea è primatista europeo dei 100 metri piani

4 luglio: Pier Paolo Pasolini vince l’Orso d’oro con il film I racconti di Canterbury

13 luglio: a Roma si tiene il IV congresso del Psiup: è deciso lo scioglimento del partito e la fusione nel Pci; una minoranza del partito aderisce al Psi

26 agosto: a Monaco di Baviera si aprono con una fastosa cerimonia i ventesimi Giochi olimpici

21 settembre: viene presentato nelle sale cinematografiche delle maggiori città italiane il film Il padrino diretto da Francis Ford Coppola e interpretato, fra gli altri, da Marlon Brando. Il film tratto dal romanzo di Mario Puzo, narra le vicende del boss mafioso Vito Corleone e della sua banda

10 ottobre: la Fiat 500 F cessa di essere prodotta: ne sono stati venduti più di due milioni e mezzo di esemplari. La Fiat presenta la nuova 500 R (rinnovata) e una nuova utilitaria, la 126

13 ottobre: Disastro aereo delle Ande

7 novembre: Richard Nixon viene rieletto a presidente degli Stati Uniti d’America con il 65% dei voti

3 dicembre: viene arrestato il boss mafioso Tommaso Buscetta. Estradato dal Brasile, dovrà scontare 14 anni di carcere

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.