Neanche il più avveduto dei generali americani o della Nato avrebbe previsto la rapida, inarrestabile avanzata dei talebani alla conquista dell’Afghanistan. La realtà ha superato le più pessimistiche aspettative. I talebani hanno conquistato nove dei 34 capoluoghi di provincia del Paese, due nuovi a ovest e a nord il giorno precedente, facendo fuggire civili in massa. Farah, a ovest, e Pul-e Khumri, a nord, sono caduti martedì. Da venerdì – scrive Agi/Afp – i talebani hanno preso Zaranj (sud-ovest), Sheberghan (nord), la roccaforte del famigerato signore della guerra Abdul Rashid Dostom, e soprattutto Kunduz, la principale città del nord-est, così come altre tre capitali del nord, Taloqan, Sar-e-Pul e Aibak.

«I talebani sono ora in città, hanno alzato la loro bandiera nella piazza centrale e nell’ufficio del governatore», ha detto all’Afp Mamoor Ahmadzai, un membro del parlamento della provincia di Baghlan, di cui Pul-e Khumri è la capitale, a 200 km da Kabul. Gli insorti hanno anche preso Farah, capitale della provincia omonima, martedì dopo brevi combattimenti. «Hanno preso l’ufficio del governatore e la sede della polizia. Le forze di sicurezza si sono ritirate in una base dell’esercito», ha spiegato all’Afp il consigliere provinciale Shahla Abubar. Zabihullah Mujahid, un portavoce degli insorti, ha confermato la cattura delle due città su Twitter.

La violenza ha costretto decine di migliaia di civili a fuggire dalle loro case in tutto il paese, con i talebani accusati di numerose atrocità nelle aree che hanno conquistato. «Quando ci sono due ragazze in una famiglia, ne prendono una per sposarsi, quando ci sono due ragazzi, ne prendono uno per combattere», ha detto all’Afp Marwan, una giovane vedova fuggita da Taloqan, in un parco di rifugiati a Kabul. Abdulmanan, uno sfollato di Kunduz, ha detto di aver visto i talebani decapitare uno dei suoi figli, senza sapere «se il suo corpo è stato mangiato dai cani o sepolto». Circa 359.000 persone sono state sfollate in Afghanistan dai combattimenti dall’inizio dell’anno, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim). Almeno 183 civili sono stati uccisi e 1.181 feriti, compresi i bambini, in un mese nelle città di Lashkar Gah, Kandahar, Herat (ovest) e Kunduz, ha detto martedì l’Onu, aggiungendo che queste erano solo le vittime che potevano essere documentate.

Se gli “Student coranici” riuscissero a conquistare Mazar-i Sharif, capoluogo della provincia di Balkh, per loro sarebbe un successo decisivo non solo militare ma anche politico. I talebani hanno lanciato questa offensiva a maggio, all’inizio del ritiro definitivo delle forze americane e straniere, ma la loro avanzata ha accelerato negli ultimi giorni con la cattura di diversi centri urbani. La partenza delle forze internazionali deve essere completata entro il 31 agosto, 20 anni dopo il loro intervento in seguito agli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. «Non ho rimpianti per la mia decisione di lasciare l’Afghanistan», ha affermato martedì il presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Gli afgani “devono avere la volontà di combattere” e “devono combattere per se stessi, per la loro nazione”. Washington è sempre più frustrata dalla debolezza dell’esercito di Kabul, che gli americani hanno addestrato, finanziato ed equipaggiato per anni. Il portavoce diplomatico statunitense Ned Price ha detto che le forze governative erano “largamente superiori in numero” ai talebani e avevano “il potenziale per infliggere perdite maggiori”.

«Questa idea che l’avanzata dei talebani non può essere fermata» non è la realtà sul terreno, ha dichiarato. Fatto sta che da un giorno all’altro gli afghani si sono trovati senza supporto aereo americano, fondamentale in molte delle operazioni militari compiute contro i talebani, e senza migliaia di contractor operanti nel settore della logistica che si occupavano di far funzionare i complessi sistemi d’arma che gli Stati Uniti avevano fornito all’Afghanistan. E a rendere ancora più ingovernabile il Paese è la frammentazione etnico-tribale, che ha assunto tratti sempre più profondi: alla maggioranza etnica Pashtunsi si aggiungono Tajiki, Hazara, Uzbechi, Aimak, Turkmeni e Baluchi. Un altro sviluppo piuttosto recente che sembra poter favorire i talebani è l’appoggio più o meno esplicito ottenuto dal gruppo islamista da parte di governi stranieri, anche quelli che fino a oggi si erano mostrati più freddi, come la Cina e l’India. I talebani possono contare inoltre sull’appoggio di altri paesi: del Pakistan, che insieme ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti aveva riconosciuto per primo il regime talebano quando aveva preso il controllo di Kabul, nel 1996, ma anche dell’Iran e della Russia.

L’insieme di tutte queste situazioni sembra poter favorire una eventuale vittoria dei talebani, che potrebbero rinunciare ai colloqui di pace con il governo afghano se i successi militari diventassero ancora più netti. L’obiettivo dei talebani è quello di riprendere il controllo del governo e di costringere alle dimissioni il presidente Ghani. Mohammad Zahid Himmat, comandante talebano nella provincia di Wardak, nell’est del paese, ha parlato di istituire un «regime islamico puro» attraverso il controllo dei «confini economici» e dei flussi commerciali. Non è detto che il gruppo ci riesca, ma per come si stanno mettendo le cose è uno scenario possibile, e molto concreto. Se dovesse realizzarsi, sarebbe la disfatta dell’Occidente.

Dalla fuga sul campo a una Waterloo geopolitica. Dopo venti anni di guerra, lo Stato afghano appare oggi una entità fallita. Venti anni di guerra, ovvero oltre 140 mila morti, tra cui almeno 26 mila civili. A questi si aggiungono oltre 3.500 soldati Nato (di cui 53 italiani, più 650 feriti), almeno 1.700 contractor di varie nazionalità e oltre 300 cooperanti stranieri. Una guerra costata 900 miliardi di dollari, 7,5 per l’Italia. Afghanistan, 2001-2021: storia di un fallimento. Militare e politico. Perché la Nato non è riuscita né a sconfiggere i talebani, né a riportare la pace né a ricostruire un esercito in grado di contrastarli. Lo chiamano ritiro, ma è una fuga ignominiosa. E ora l’Europa torna a pietire un cessate-il-fuoco.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.