La sentenza per l’ex sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino, imputato a Napoli nel processo d’appello su presunti intrecci con la camorra in relazione alla gestione del consorzio che nei primi anni Duemila si occupava della raccolta dei rifiuti nel Casertano, slitta ancora. E questa volta per la decisione, a sorpresa, dei giudici della quarta sezione di sentire in aula il collaboratore di giustizia Nicola Schiavone, nipote dello storico capoclan dei Casalesi. Una decisione che ha spiazzato tutti.

Del collaboratore Schiavone si era già deciso, mesi fa su richiesta del pg, di acquisire i verbali e le ultime quattro udienze erano state dedicate alle conclusioni dell’accusa (che per Cosentino ha chiesto addirittura di inasprire la pena dai 5 del primo grado a 12 anni di reclusione) e della difesa (gli avvocati Stefano Montone e Agostino De Caro, che hanno ampiamente motivato le ragioni alla base di una richiesta di assoluzione). Ieri ci si aspettava, quindi, la camera di consiglio e la sentenza. E allora come mai il rinvio a sorpresa? Forse ha pesato la coincidenza che proprio l’altro giorno una diversa sezione della Corte di appello ha depositato i motivi della sentenza con cui a settembre scorso Nicola Cosentino è stato assolto da un’altra accusa dell’Antimafia, e cioè quella di aver favorito il reimpiego di capitali illeciti attraverso l’interesse del clan dei Casalesi al progetto di un centro commerciale, “Il Principe”, che poi non si è mai realizzato.

Ebbene, nelle motivazioni di quella sentenza, che ha completamente ribaltato le conclusioni in primo grado del tribunale di Santa Maria Capua Vetere e le ricostruzioni investigative dell’Antimafia, i giudici della seconda sezione della Corte di Appello di Napoli chiariscono perché sulle parole dei collaboratori di giustizia non si può costruire una condanna per l’ex deputato di Forza Italia. «Emergono plurimi profili di perplessità sull’esistenza di riscontri con riguardo alle dichiarazioni rese a carico di Cosentino» scrivono i giudici analizzando i racconti di Nicola Schiavone, e in particolare i passaggi in cui il collaboratore racconta di aver saputo che il referente politico per l’operazione del centro commerciale sarebbe stato Cosentino e che quando ci furono difficoltà con la banca per l’erogazione del finanziamento fu egli stesso, Schiavone, a far chiedere a Cosentino di intervenire presso la banca e ottenere il finanziamento. Proprio Schiavone che in un altro processo ha raccontato di aver pensato con lo zio di uccidere Cosentino perché non si piegava. «La ricostruzione dei fatti che si ricava dal compendio delle intercettazioni stride con il narrato del collaboratore» osserva la Corte di Appello.

I giudici arrivano a questa conclusione analizzando tutte le trascrizioni delle conversazioni intercettate e finite agli atti. «Sin dalla fase cautelare – spiegano i difensori di Cosentino – avevamo richiamato l’attenzione sul fatto che il materiale ricavabile dalle intercettazioni documentasse in maniera inequivocabile l’estraneità di Cosentino da ogni logica di condizionamento camorristico dell’iniziativa imprenditoriale in questione. Bastava mettere le telefonate intercettate in ordine cronologico». I giudici dell’Appello lo hanno fatto e proprio le intercettazioni, che l’accusa aveva indicato a supporto delle parole dei pentiti, hanno finito per ribaltare il quadro e smentire i collaboratori stessi. Per la vicenda del centro commerciale, Nicola Cosentino è finito sotto processo per il solo fatto di aver partecipato a un incontro.

Era il 7 febbraio 2007. «L’atteggiamento di Cosentino – concludono i giudici nella sentenza che ha assolto l’ex sottosegretario con formula piena – non corrisponde affatto a quello che sarebbe ragionevole e verosimile attendersi da un soggetto che ha ricevuto l’ordine di un capoclan di attivarsi per sbloccare una pratica “incagliata” o che, comunque, abbia un personale interesse alla definizione del progetto di realizzazione del centro commerciale».