Non sono consultazioni ma gli assomigliano. Più le ore passano e più sembra difficile per Giuseppe Conte rafforzare la sua maggioranza piccola piccola. L’inchiesta sull’ndrangheta che ha coinvolto l’Udc ha bloccato ogni trattativa con i senatori centristi. Di Battista l’ha messa così: «Non trattiamo con i mafiosi». Siamo solo alle indagini preliminari ma nella scala valoriale grillina questo non conta. Ieri pomeriggio il presidente Mattarella ha ricevuto al Quirinale la delegazione del centrodestra. Lo avevano richiesto e lo hanno ottenuto. Meloni, Tajani e Salvini hanno chiesto il voto. In subordine, hanno lasciato aperto uno spiraglio per un governo di unità nazionale per gestire i prossimi mesi, vaccini, pandemia e Recovery plan a patto però che sia fissata fin da subito la data delle elezioni e prima che scatti il semestre bianco (3 agosto). Una proposta indecente che non può trovare spazio nei riti rigorosi delle regole costituzionali.

Il Colle arbitra con il libro delle regole in mano. Le regole però condizionano il gioco fissando alcuni paletti: le maggioranze, soprattutto in periodi così difficili, devono essere “coese e larghe”. Con 321 voti alla Camera (sei sopra la maggioranza assoluta) e 156 al Senato (cinque sotto la maggiorana assoluta) non si governa. Questo è chiaro. Perché non si può fare affidamento sui senatori a vita. E neppure pensare di tenere imbullonati in aula ministri e sottosegretari. È ragionevole pensare che l’indicazione di arrivare, a palazzo Madama, ad almeno 170 voti sia in linea con il pensiero del Presidente Mattarella. A questo punto Giuseppe Conte ha cinque possibilità: 1) chiudersi in una stanza con Renzi e trovare il modo di andare avanti; 2) svuotare i gruppi di Italia viva e riportarli nel Pd come gli uffici comunicazione di palazzo Chigi lasciano credere da 48 ore e come testimoniano decine e decine di telefonate; 3) creare un nuovo gruppo parlamentare di Costruttori, dimettersi, affrontare le consultazioni e prendere il nuovo e terzo incarico della legislatura; 4) sfasciare tutto, andare al voto, giocare con la sua lista. Su quest’ultima ipotesi pesa l’incognita dei grillini che tutto chiedono tranne che andare a votare. Conte non ipotizza lontanamente l’ipotesi numero 5: fare un passo indietro, lasciare la guida del governo a un dem o magari allo stesso Di Maio.

Sull’ipotesi numero 1 bisogna ricordare che Conte, 24 ore prima delle dimissioni delle ministre, disse: «Mai più un governo Conte con Italia viva». E che Renzi, al momento delle dimissioni delle ministre Bellanova e Bonetti e del sottosegretario Scalfarotto, spiegò: «Nessuna pregiudiziale su Conte, ma non esiste solo lui». Il tentativo di svuotare i gruppi di IV e lasciare il generale Renzi senza le truppe accusandolo a reti unificate di «incoscienza e irresponsabilità» si sta rivelando un’operazione meno facile del previsto. Non aiuta neppure l’altra narrazione, quella dei 5 Stelle che dicono «ci siamo finalmente liberati dei due Mattei, ora possiamo lavorare. Renzi sta bene con Salvini e Meloni» (cit. Gubitosa) è talmente illogica che colpisce per la sua insensatezza. Di altro tenore e peso potrebbe essere la lettera che il senatore Nannicini, economista Pd ancora vicino a Renzi, renderà pubblica nelle prossime ore per tentare di ricucire la maggioranza con Italia viva e il suo leader.

Sul nuovo gruppo parlamentare (ipotesi n.3) di area contiana per sostituire Iv – e che costringerà comunque Conte a dimettersi per poi riavere l’incarico – è arrivata come un macigno l’inchiesta del procuratore Gratteri a Catanzaro. Con l’accusa di mafiosità è finito in carcere l’assessore regionale al Bilancio Francesco Talarico, fedelissimo di Lorenzo Cesa, segretario Udc, a sua volta indagato. Cesa ha subito lasciato la segreteria dell’Udc ed è chiaro, a questo punto, che non potranno essere gli scudo-crociati il punto di rifermento intorno cui aggregare il nuovo gruppo parlamentare. Ai Costruttori in cerca di una base logistica al Senato (alla Camera ce l’hanno già ed è il Centro democratico di Tabacci dove è già approdata Renata Polverini) non resta a questo punto che ritrovarsi intorno al simbolo del Maie-Italia 2023 dell’avvocato Fantetti e del sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo. Il gruppo nato il 15 gennaio con l’obiettivo specifico di «creare una spazio politico di centro che ha come riferimento Giuseppe Conte» conta al momento 5 iscritti: Merlo, Fantetti, Cario e i due ex grillini De Bonis e Buccarella.

Ieri i costruttori si sono ritrovati alla Camera, i senior e più esperti Rotondi e Tabacci, il capitano di vascello ex M5s Gregorio De Falco più un gruppo di volenterosi (tutti del gruppo Misto) per capire cosa fare e come. Soprattutto contarsi. Mancano cinque senatori per fare un gruppo. A ieri sera, con il no ripetuto da Quagliariello e Romani (Idea/Cambiamo, il gruppo di Toti) e la batosta dell’inchiesta che congela i tre senatori Udc, le chance per arrivare a 170 voti a palazzo Madama sono ridotte al lumicino. Conte può forse recuperare la senatrice Binetti, l’ultrà cattolica che avrebbe chiesto il ministero che fu della renziana Bonetti (Famiglia e Pari Opportunità). Con Gregorio De Falco, si arriva a sette. C’è da capire cosa faranno quei 2/3 senatori renziani che potrebbero lasciare il gruppo perché non vogliono essere spinti all’opposizione. Il Pd li corteggia, difficile vadano in Italia 2023. E dove andranno i due di Forza Italia, Rossi e Causin, che hanno votato la fiducia. Si parla di una dozzina di persone in totale molte delle quali però votavano già la fiducia a Conte. Sono gli assaggi del magico ritorno al proporzionale.

Comunque non è un problema arrivare a 10 e fare il gruppo al Senato. Il problema restano i voti. La soglia di sicurezza di 170 è ancora molto lontana. Ci sono ancora due possibili bacini da convincere. Goffredo Bettini, stratega del Pd, ha fatto un appello a Bonino e Calenda, a tutti gli europeisti in Parlamento compresi i renziani (ma non Renzi). Non considera, Bettini, che il problema originale sono i 5 Stelle e le loro politiche stataliste e assistenzialiste. Un’alleanza strutturale su cui il Pd ha scommesso molto, quasi tutto.

Il secondo bacino su cui Conte potrebbe andare a pescare sono i piccoli centri nell’area di centrodestra. Ieri sera al Colle sono andati solo Lega, Fdi e Fi. All’incontro non c’erano i “piccoli” della coalizione, Udc, Cambiamo con Toti e Noi per l’Italia di Maurizio Lupi. I totiani, in particolare, considerano inopportuno gridare al voto in emergenza pandemica, in piena vaccinazione (che ha molti problemi) e con il Recovery plan appena abbozzato. Meglio provare a vedere se ci sono le condizioni per un governo di salute pubblica, di scopo o unità nazionale, che possa nel caso traghettare al voto. A differenza di Meloni e Salvini, loro però non chiedono di fissare la data delle elezioni a giugno. Ma anche per loro resta insuperabile l’alleanza con i 5 Stelle. O forse no?
Conte s’è dato tempo fino a domenica per capire come butta la situazione. Può anche arrivare fino a mercoledì e vedere cosa succede con il voto sulla relazione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che deve essere votata dal Parlamento. Italia viva ha detto che voterà contro quel documento, non essendo un dossier che intreccia il quotidiano delle famiglie e delle aziende ai tempi della pandemia. Quel giorno il Conte 2 potrebbe perdere la fiducia.

Anche se ieri sera da Corrado Formigli, Renzi ha fatto una nuova proposta a Conte: ripartire dalla lettera che gli aveva scritto al momento delle dimissioni della ministre. Lettera che secondo il leader di Iv il premier non ha mai letto e a cui sicuramente non ha mai risposto. Ora la palla ripassa al presidente del Consiglio.