È appena entrata nel Prato Gold, a una decina di metri dal palco alto come un palazzo di nove piani, e minaccia la  disturbata. Ha la maglietta con le frasi delle canzoni, il biglietto bloccato mesi fa, ma quel gruppo di uomini vestito tutto uguale, con la stessa t-shirt, come per un addio al celibato, lo vuole il più lontano possibile. “Prima che mi vomitano addosso mi sposto”. Sempre la stessa la situazione un po’ più in là, quando manca una decina di minuti all’inizio del concerto di Vasco Rossi al Diego Armando Maradona di Napoli, il primo in uno stadio del tour 2022. Altri gruppi, comitive, chi fuma, chi fuma sigarette, chi si è steso a terra e chissà da quanto tempo, quelli a torso nudo, le ragazze in costume. La calca, il sudore, la massa. E qualcuno che si chiede: “Ma chi me l’ha fatto fare?”.

“Quanto mi siete mancati, Napoli! Anni terribili, ma sono finiti!”, urla il Blasco, il Komandante, in grande spolvero e Napoli risponde alla grande nonostante la solita fake news. Quanto ci è mancata la musica live, la folla, il karaoke di massa, il pogo, qualsiasi superficie impregnata di birra, le spalle sudaticce di quello al lato. Quanto? Si ritrova tutto tra il prato e gli spalti dell’impianto di Fuorigrotta l’inventario completo dell’educazione sentimentale e rock del fan medio, spinto o accanito del “rocker di Zocca”. Le solite tre o quattro generazioni di ascoltatori, amici, coppie, genitori e figli insieme, quelli accampati dal giorno prima – ma perché? -, la ragazza incinta – ma perché? -, le frasi delle canzoni tatuate, le frasi delle canzoni (“Fatti i cazzi tuoi!”, per esempio) sulle t-shirt a 25 euro: il solito quadretto, sempre uguale, che vale 46 milioni di incasso per 165 milioni di indotto, tre milioni solo dal merchandising (dati del Sole24Ore) del tour in corso.

Quando parte la musica, puntuale alle 21:20, è una bella botta, il colpo d’occhio dello stadio buio e poi illuminato dalle luci del palco e dagli smartphone notevole. Si parlava di 45mila persone alla vigilia. Fuori i bagarini come sempre scatenati, ordinanza anti-vetro che funziona bene dentro ma non all’esterno. Birre in lattina 0,33 versate in bicchieri di carta a 5 euro, acqua a 3 euro. “Fresca?”. “È a temperatura ambiente”. Ottimo, considerando i 25 gradi all’ombra circa. Qualcuno in prima fila da qualche ora agita insistentemente una bambola gonfiabile.

 

 

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Vasco Rossi è quell’artista che nel bel mezzo del suo assedio rock lancia un proclama contro la guerra e subito dopo raccoglie un altro boato al grido: “Vogliamo la pace, la musica e la figa!”. Perfetto. Scaletta lunga, tira fino a mezzanotte. Le chicche sono Amore … aiuto, dall’album Vado al massimo del 1982 e mai eseguita live, e Toffee. La sorpresa (si fa per dire: la scaletta è nota) più bella è Ti taglio la gola – l’avrebbe scritta oggi? Chissà. Le ultime – non può essere altrimenti – le cantano quelli che chiamano i gruppi whatsapp e le squadre di calcetto “Vasconvolti” o “Né Santi Né Eroi” e quelli che si sono studiati le canzoni prima, per venire preparati. È il ventre molle del concerto.

La band: Claudio “Il Gallo” Golinelli è un’apparizione, Beatrice Antolini (non solo strumentista di Vasco ma eccellente solista) brilla, Stef Burns e Vince Pastano i soliti Guitar Hero. La regia omaggia El Pibe de Oro. Lui, il rocker, qualche volta conta gli anni tra una canzone e l’altra. Anche se il concerto di Vasco Rossi è sempre lo stesso, sempre uguale, il luogo dal quale poter misurare gli anni che passano. Dalle canzoni, certo, ma soprattutto dalla tolleranza agli spruzzi di birra, dalla difficoltà a comprendere perché vedere un concerto dallo smartphone, dalla disponibilità a bere male e sudare peggio, dal coraggio nell’affrontare e a rimanere nella calca. E zero covid, quale covid, cos’è questo covid?

I concerti di Vasco, per i fan di Vasco, sono come quando si aggiorna con una nuova tacca l’altezza dei bambini che crescono sul muro. La misura di quanto si sta invecchiando male. Ritrovarsi puntualmente a cantare a oltranza le abitudini di cui uno non va fiero, tutto quest’equilibrio sopra la follia, che siamo soli anche se lo stadio è pieno e che sembrava la fine del mondo ma siamo ancora qua. La doppietta prima di Albachiara a chiudere, Canzone e Vita Spericolata solo voce e pianoforte, è da veri brividi. Ogni volta, se uno si decide a venire, dopotutto e nonostante tutto, forse è per quello.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.