Qualche giorno fa sulla sua pagina facebook Vittorio Sgarbi si scagliava contro la pubblicità della Dietorelle perché ci sono due adolescenti (un ragazzo e una ragazza) che si intuisce stanno per avere un rapporto sessuale e perché due donne (una coppia) si danno un bacio sulle labbra. Introducendo un improbabile legame con il ddl Zan chiedeva addirittura l’intervento del garante per l’infanzia, come se vedere due persone che si baciano o che si amano (il tutto fatto con grande delicatezza) fosse diseducativo o un cattivo esempio. Sgarbi, uno dei tanti che attaccano la legge conto la lesbo-omo-transfobia perché sarebbe liberticida, invocava di fatto un atto censorio, molto liberticida, contro un’immagine e un immaginario che dovrebbero essere la normalità. Insomma, la libertà va bene quando è riferita a se stessi, se poi si tratta della libertà di tanti e tante di poter vivere liberamente senza essere insultati o minacciati, allora ecco che scattano le barricate.

Stessa cosa accade quando si parla si aumento delle pene. Una parte del Parlamento, che in questi anni invece di depenalizzare (e far uscire le persone di galera) ha detto sì a tutte le leggi punitive possibili e immaginabili, non ultimo il caso dell’omicidio stradale, si inalbera e fa scudo quando si tratta di approvare «le misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità», che poi non è nient’altro che l’estensione della legge Mancino. Lo chiariamo soprattutto per il giornalista Alessandro Giuli, uno dei conduttori di Anni Venti su Raidue, che l’altro giorno, per fare il bastian contrario contro Paola Concia, urlava: “Invece che il ddl Zan, basterebbe estendere la legge Mancino”. Sì, Giuli, bravo, c’hai preso: il ddl Zan è esattamente questo, basterebbe perdere due minuti due per leggerlo.

Ma perché non credo alle obiezioni che vengono mosse nei confronti della normativa e in particolare a quella che la critica perché si muove nel solco del populismo penale? Perché delle argomentazioni che ho letto (e benissimo smontate dall’articolo di Salvatore Curreri pubblicato sabato scorso sul Riformista) nessuna o pochissime si interessano seriamente di questo aspetto. Pochissimi si interrogano sul fatto che si introduca un nuovo reato (che poi come abbiamo appena spiegato nuovo non è) ma si infastidiscono proprio per la parte in cui la legge parla di educazione nelle scuole, in cui si riconosce il 17 maggio quale Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, in cui si parla di genere e identità di genere. Cioè hanno paura, letteralmente terrore, di tutte quelle parti che di fatto smontano l’eterosessualità, che non viene – come dicono loro – abbattuta, ma relativizzata come parte di una realtà psichica, culturale, sociale, storica, parziale.

Una cultura che per anni ha dettato legge e che oggi deve fare i conti non con le diversità (basta con questa brutta parola) ma con la pluralità, con il fatto che il mondo è molto più complesso di come la “norma” ha voluto imporre e far credere. E niente è più forte, più libertario che la rottura della norma, niente è più forte che riconoscere dignità e soggettività a partire dal rispetto di tutte le identità. Questo dà fastidio, non la galera, non la legge punitiva, che – a questo punto lo posso dire – è per me la parte meno interessante, più distante dalla mia sensibilità. Ma non è certo distante dalla cultura della Lega, tra le più fiere oppositrici del ddl Zan, che però – in tutti gli altri casi – vorrebbe che le persone che commettono un reato marcissero in galera, che manda in galera anche i migranti perché sono migranti e che appena può aumenta le pene. La contraddizione è palese: da una parte si invoca più carcere per tutti, ma non quando si parla di reati contro le persone gay, lesbiche o trans… Come mai? Perché ciò che dà veramente fastidio non è il fatto di punire, vista la passione sconfinata per il codice penale, ma l’affermazione di soggettività che viene compiuta.

Se la critica è contro il populismo penale, cioè l’illusione di risolvere tutto attraverso il carcere, il dibattito è serio e importante. Ma la maggior parte delle critiche usano questo grimaldello per andare a parare altrove…
La scommessa in ogni caso resta culturale, politica. Il ddl Zan affronta anche questo aspetto introducendo concetti molto importanti per chi voglia investire in un cambiamento radicale di questo paese. La discussione si è molto soffermata sui concetti di genere e identità, intendendo per identità di genere «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione». Se un uomo si sente donna, anche se non farà il cambio di sesso biologico, per la legge sarà tutelato lo stesso.

Qui è scattata la protesta di una parte minoritaria ma molto visibile del femminismo, che intende la difesa della donna come legata alla biologia e non intende “i generi” come costruzioni sociali, storiche e politiche che abbiamo ereditato e che proprio la gran parte dei femminismi (per fortuna sono tanti!) hanno messo in discussione, rompendo la cultura binaria uomo/donna, maschio/femmina etero/omo e aprendo il mondo alla pluralità. Ma qui la faccio troppo difficile, anche se ogni tanto la complessità – quando si parla di certi argomenti – non sarebbe male proporla anche su un quotidiano. Ma proviamo a farla semplice: che c’è di male se nelle scuole si aiutano i ragazzi e le ragazze a capire chi sono, a conoscersi senza pregiudizi? Per alcuni questo sarebbe un attentato alla sicurezza pubblica, per molti è invece un modo per educare ad amare se stessi e gli altri. Qui il populismo penale non c’entra davvero nulla.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica