A Napoli le Iene e i super magistrati vedono solo la camorra. Ci sono i clan dietro la consegna delle spesa alle famiglie bisognose. Poco importa se da settimane associazioni di volontariato, chiesa e semplici cittadini si fanno in quattro per cercare di assistere tutte quelle persone in grande difficoltà per l’emergenza coronavirus.

Una rete solidale enorme quella messa in piedi a Napoli, così come in altre città d’Italia. Per Giulio Golia no. L’inviato delle Iene, tra l’altro di origine partenopea, torna spesso nella sua città con obiettivi mirati. Questa volta il servizio doveva raccontare la mano oscura della camorra dietro la solidarietà. E così è stato.

Supportato dalle dichiarazioni dei tre magistrati Nicola Gratteri, Catello Maresca e Federico Cafiero de Raho, che da settimane denunciano la presenza della criminalità organizzata in questo tipo di iniziative, Golia è andato a Scampia, nei Quartieri Spagnoli e nel Rione Sanità con un unico grattacapo. “Qui dicono che c’è la camorra che consegna la spesa, è vero?”.

E fa nulla se la maggior parte delle persone intervistate, dalle famiglie dei bassi agli abitanti delle Vele a padre Antonio Loffredo, sottolineano la grande rete solidale che si è attivata in queste settimane, ricordando anche le preziose pensioni dei nonni che mantengono famiglie addirittura di 5-6 persone.

Per le Iene, supportate sempre dalle dichiarazioni allarmanti dei vari Gratteri e Catello Maresca, esiste solo la camorra. Bisogna raccontare solo questo anche se non ci sono prove, testimonianze dirette. Perché l’inciucio sulla criminalità organizzata, che a Napoli esiste ma, per fortuna, esiste anche tanto altro, è l’unica cosa che riesce bene. Sono quegli stereotipi che non moriranno mai perché vengono continuamente alimentati da racconti enfatizzanti, quasi cinematografici, che fanno comodo a certa stampa nazionale e internazionale.

E lo sa bene Golia che addirittura, in apertura di servizio, paragona la solidarietà della camorra napoletana con quella delle organizzazioni dei narcotrafficanti messicani, dalla famiglia del Chapo Guzman al cartello del Golfo, in “prima linea” per donare generi alimentari e altro con tanto di logo dei superboss su buste e cartoni.

A Napoli, ma sarà stato poco attento Golia, non abbiamo avuto il piacere di vedere buste della spesa con il loghetto o i simboli riconducibili al clan Mazzarella, ai Contini o alle famiglie criminali di Scampia. Un servizio incompleto quelle delle Iene, purtroppo.

“In Messico questa è una cosa normale” spiega Gratteri “perché il Chapo era considerato Dio. Costruiva ospedali, strade e scuole, comprava così il popolo delle Favelas dove la vita dell’uomo equivale a quella della di una gallina”. Un paragone forzato, pretestuoso, che oscura quanto di buono fanno ogni giorno la maggior parte dei napoletani. Perché basta far dire a Catello Maresca che “la camorra non si muove mai per beneficenza, istituisce un debito di vita che si sconta con la vita” per andare in giro e provare a estorcere dalla bocca dei cittadini quello che si vuole.

Ma il coro delle persone intervistate, caro Golia, era sempre lo stesso: “Lo Stato si è dimenticato di noi, siamo rovinati, non moriremo di coronavirus ma di fame“. C’è chi aggiunge che non vale la pena nemmeno darsi alla micro-criminalità perché “oggi in carcere si muore“.

Ma l’attenzione delle telecamere delle Iene finisce però su un uomo che urla da un balcone delle Vele che “la camorra a noi ci fa campare”. Concetto ribadito da un altro residente della zona, alla prese con un problema al sistema fognario che il comune di Napoli tarda a risolvere. L’uomo precisa: “Per me è meglio la camorra che lo Stato, perché cacciava i soldi e risolveva i problemi come questo qui delle fogne. Da quando è morta la camorra stiamo pieni di merda”.

Altri abitanti delle Vele ribadiscono: “Le associazioni e la Chiesa portano i pacchi, non la camorra, non esiste proprio, è finita”. Ma Golia insiste, ricorda la rete solidale di associazioni e persone perbene ma sottolinea che “inevitabilmente qualcosa sfugge”. Parole che delegittimano il lavoro dei tanti volontari che rischiano il contagio pur di garantire assistenza e beni di prima necessità a chi in questo periodo sta soffrendo. Ma lo spettacolo deve andare avanti e quindi, anche senza prove, l’ennesimo servizio stereotipato è stato portato a casa. Complimenti.