È convincimento diffuso che i brevetti costituiscano antipatiche acquisizioni monopolistiche buone solo ad arricchire alcuni, perlopiù già ricchi, a danno di molti, perlopiù sempre poveri. Cosa tanto più ingiusta se in gioco è la salute delle persone e se quei brevetti insistono sui farmaci destinati a proteggerla. Si tratta di un’idea profondamente sbagliata, nutrita da un grave fraintendimento del rapporto tra l’innovazione tecnologica e l’accesso ai prodotti che essa rende disponibili.

Non ci sarebbe quel fraintendimento se si sapesse bene che cos’è un brevetto, quali diritti conferisce al suo titolare e, soprattutto, per quali ragioni se ne appresta la concessione nei sistemi economici di democrazia avanzata (negli altri, non a caso, il sistema brevettuale non c’è o è fittizio). Dunque: un brevetto è una cosa che protegge un’invenzione che abbia certi requisiti (un’invenzione vera, qualcosa che prima non c’era e a condizione che apporti un contributo originale allo stato della tecnica). E come la protegge? La protegge nel senso che per un certo tempo (non per sempre) conferisce al titolare del brevetto il diritto di trarre profitto dall’invenzione in modo esclusivo: cioè il diritto di impedire agli altri di produrre, commerciare, usare industrialmente l’oggetto dell’invenzione.

Ebbene, perché si assegna quel diritto (il diritto di esclusiva) a chi inventa qualcosa di meritevole? Glielo si assegna perché senza la prospettiva di quella possibilità di profitto (è una possibilità, non una certezza) ci sarebbe poco, o comunque meno, stimolo a inventare: ci sarebbe meno stimolo a investire, fare ricerca, organizzare attività che, senza un premio, non troverebbero sufficiente remunerazione e dunque non sarebbero intraprese. E qual è questo “premio”? È il brevetto, appunto, vale a dire il diritto, per un periodo, di escludere i terzi dalla possibilità di attuare l’invenzione: salvo concedergliela se ne fanno richiesta e se il titolare accetta di fare la concessione, normalmente a fronte di un corrispettivo (che è un altro modo per trarre profitto, questa volta in modo indiretto, dall’invenzione).

Ora si domanderà: abbiamo capito dove sta il guadagno di chi ha il brevetto, ma il guadagno degli altri, e cioè in buona sostanza della società, in che cosa consiste? Consiste in due cose. La prima: proprio quell’invenzione, che diventa fruibile perché c’è, e che non ci sarebbe se l’inventore non fosse stato spinto a realizzarla in vista di cavarne un guadagno. E la seconda: che il brevetto, cioè il monopolio, non è per sempre. Dura un po’ di anni, poi basta: e questo significa che, quando si chiude il ciclo temporale dell’esclusiva, l’invenzione cade in dominio pubblico, tutti possono non più solo fruirne ma anche realizzarla. Pressappoco, dunque, funziona così: io (Stato), se tu fai una cosa veramente inventiva ti riconosco un premio (il brevetto), ma tu (titolare) paghi quel mio riconoscimento accettando che l’invenzione diventerà poi una cosa di tutti.

Dice: ma le grandi società, grazie ai brevetti, tengono alti i prezzi e in questo modo escludono i bisognosi che non possono permettersi quei prodotti costosi. Non è così. Quei prodotti sono costosi perché è costato molto produrli, non perché sono brevettati, e non sarebbero stati prodotti se non fosse stato possibile brevettarli. Dunque l’alternativa al prodotto costoso non è il prodotto che costa poco: è il prodotto che non c’è.

Tutt’altro discorso riguarda il fatto che i brevetti siano concessi quando veramente riguardano invenzioni meritevoli e non anche, come purtroppo accade spesso, quando si tratta di invenzioni di carta, come si dice in gergo, roba da nulla ammantata da descrizioni mirabolanti. Ma in questo caso (ed è qui che si producono le alterazioni di mercato) il problema sta nell’invenzione falsa, non nell’istituto brevettuale. Un po’ come quello che passa il concorso grazie a un trucco: un’ingiustizia cui si rimedia impedendo i trucchi, non con l’abolizione dei concorsi.