“Ho paura per il mio compagno detenuto a Siracusa. So che è in pericolo ma io non riesco ad avere sue notizie”. Sono queste le parole di Paola Amato, 32 anni, che da quattro giorni non riceve notizie del suo compagno, Giosuè Matuozzo. Durante l’ultima telefonata lui le chiedeva aiuto. “Mi ha detto che non poteva camminare e che per potermi chiamare si era dovuto tagliare un braccio perchè non volevano consentirgli la telefonata – racconta Paola – Mi ha chiesto di parlare con qualcuno perchè ha paura”. Paola teme che suo marito possa essere vittima di violenze all’interno del carcere. Come è già successo circa due anni fa nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Allora Giosuè, riuscì a denunciare alla Polizia le violenze subite tramite la compagna Paola. Da quel momento è diventato un “pacco postale”, come dice Pola, trasferito continuamente da un carcere all’altro, da Poggioreale a Sant’ Angelo dei Lombardi, poi a Santa Maria Capua Vetere, poi Termini Imerese, Ucciardone, Secondigliano e infine Siracusa, lontano dalla famiglia.

Paola mostra la denuncia datata 26 settembre 2018 al commissariato di Polizia di Scampia. “Due giorni prima di andare al commissariato ho ricevuto una telefonata da Giosuè che mi chiedeva di mandargli del personale della polizia perchè la mattina era stato pestato dalle guardie carcerarie che gli avevano spaccato la testa e non volevano accompagnarlo in ospedale. Lo avevano picchiato perchè durante un’ ispezione avevano trovato una radio nella sua cella. Lui era in isolamento e non avrebbe potuto averla”. Giosuè raccontò alla moglie delle bastonate e di essere stato medicato nell’infermeria del carcere solo nel pomeriggio, senza essere portato in ospedale al pronto soccorso. “Quando ho potuto vedere il mio compagno ai colloqui due giorni dopo il terribile accaduto – ha continuato Paola – l’ho trovato con più di otto punti in testa, lividi enormi sulle braccia e dietro le spalle. Mi ha raccontato che era stato pestato a colpi di mazza da quattro agenti della polizia penitenziaria e da due lavoranti di colore”.

Allarmata dalla vista delle botte sul corpo del suo compagno, Paola chiese di parlare con il responsabile del carcere di Santa Maria Capua Vetere che si negò. Dopo essere uscita dal carcere provò a sporgere denuncia dai Carabinieri che però rifiutarono di verbalizzare la denuncia. “Mi chiesero il referto medico per accettare la mia denuncia, ma Giosuè è detenuto, chi me lo dava a me un referto medico che testimoniasse l’accaduto?”. Paola non si perse d’animo e andò al commissariato di Polizia dove denunciò tutto. “Due ore dopo mi telefonarono dal carcere di Termini Imerese per dirmi che il mio compagno era stato trasferito lì in aereo”. Da quel momento è iniziato il “pellegrinaggio” di Giosuè tra le carceri italiane.

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Dopo Termini Imerese è finito all’Ucciardone per 7 mesi, poi a Secondigliano un altro mese e mezzo, poi a Siracusa dove è detenuto da una settimana. “Mi ha telefonato da lì e mi ha detto che ha paura perchè possono fargli qualcosa, che non può camminare e che gli impedivano di telefonarmi, tanto che si è dovuto tagliare un braccio per riuscirci”. Paola sta cercando di contattare il garante dei detenuti della Sicilia, quello nazionale, per riuscire a fare luce su cosa stia accadendo a Gesuè in carcere. Ha paura che il compagno possa essere vittima di ripercussioni da parte della polizia penitenziaria dopo la denuncia di qualche anno fa. Ne è convinto anche Pietro Ioia, presidente dell’associazione Ex Don, in difesa dei diritti dei detenuti,  che su Facebook denuncia l’accaduto e scrive: “Ormai è palese che quando ti pestano e denunci ti allontanano dalla tua regione di provenienza”.

Giosuè ha 35 anni, sta scontando una pena di reclusione di 7 anni e 4 mesi per spaccio di sostanze stupefacenti.Ha due figlie avute con Paola di 15 e 12 anni. “Ci hanno mandato lontano Giosuè – conclude Paola – noi non possiamo sapere nulla di lui e non possiamo nemmeno vederlo perchè non abbiamo i soldi per arrivare a Siracusa. Lui sta pagando per i reati commessi ma così stanno pagando anche le mie figlie. Chi ha commesso un reato è giusto che paghi ma non così. E io voglio sapere almeno come sta. La paura è grande”.