Due ergastoli e due pesanti condanne per l’omicidio di Desirée Mariottini, la 16enne di Cisterna di Latina uccisa il 19 ottobre del 2018 a Roma in uno stabile abbandonato nel quartiere San Lorenzo.

È arrivata nella serata di sabato 19 giugno, dopo aver ascoltato le repliche delle parti e dopo oltre nove ore di camera di consiglio, la sentenza dei giudici della III Corte d’Assise: Mamadou Gara e Yussef Salia sono stati condannati al carcere a vita; 27 anni di reclusione sono stati inflitti ad Alinno China e 24 anni e sei mesi a Brian Minthe, tornato libero per scadenza dei termini di custodia cautelare solo per poche ore perché nella mattinata di domenica, 20 giugno, all’uomo è stata notificata una nuova ordinanza cautelare sulla base della condanna per omicidio della ragazza. 

I quattro cittadini africani sono accusati, a seconda delle posizioni, di omicidio volontario, violenza sessuale aggravata, cessione di stupefacenti a minori. I pm Maria Monteleone e Stefano Pizza avevano chiesto il carcere a vita con l’isolamento diurno per tutti mentre avevano chiesto l’assoluzione per Gara solo dalle accuse di cessione di stupefacenti e induzione alla prostituzione. Dopo la lettura della sentenza una donna seduta negli spalti del pubblico ha urlato: “Maledetti, possiate bruciare all’inferno“.

Mi attendevo quattro ergastoli, non sono soddisfatta di questa sentenza soprattutto perché uno degli imputati torna libero e questo non doveva succedere. Non ho avuto giustizia”, dice Barbara Mariottini, madre di Desirée, subito dopo la sentenza.

“Io e la mia famiglia – aveva raccontato la mamma della sedicenne quando i quattro stranieri vennero rinviati a giudizio – eravamo preoccupati, ci occupavamo tutti i giorni di lei, l’abbiamo portata da uno psicologo. A fine luglio abbiamo capito che si drogava. Desiree aveva paura quando si parlava di comunità”.

Nel corso delle indagini è emerso che gli imputati avevano assicurato alla ragazza, che si trovava in crisi di astinenza, che quel mix di sostanze composto anche di tranquillanti e pasticche non fosse altro che metadone. Ma la miscela era composta da psicotropi che hanno determinato la perdita “della sua capacità di reazione” consentendo agli indagati di poter mettere in atto lo stupro in uno stabile fatiscente nel cuore dello storico quartiere romano. Nell’ordinanza con cui il gip dispose il carcere si affermava che il gruppo ha agito “con pervicacia, crudeltà e disinvoltura” mostrando una “elevatissima pericolosità e non avendo avuto alcuna remora” nel portare a termine lo stupro e l’omicidio. Nel provvedimento sono citate anche alcune testimonianze.

Redazione