“Un suicidio nel carcere di Torino: giovane, senza fissa dimora, straniero, più volte in osservazione psichiatrica. La sua pena sarebbe terminata tra 11 giorni”. Ne dà notizia il Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma.

“Possibile che ciò non interroghi la società esterna e che resti soltanto un problema del carcere e di chi in esso opera? Possibile che non si legga il nesso tra l’assenza di un qualche supporto territoriale e una vita così ‘sprecata’?” domanda.

Nelle scorse settimane il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura, organo del Consiglio d’Europa, ha denunciato casi di maltrattamento e uso eccessivo della forza avvenuti nelle carceri italiane, nel rapporto pubblicato e a seguito delle visite effettuate nei mesi scorsi nelle prigioni di Biella, Opera di Milano, Saluzzo e Viterbo.

I MALTRATTAMENTI IN CELLA – In particolare nella prigione di Viterbo, è stato ricevuto dalla delegazione del Comitato un numero considerevole di accuse di maltrattamenti fisici. Il rapporto descrive diversi casi dove le lesioni osservate e le prove mediche registrate erano compatibili con le accuse mosse dai detenuti. In particolare tali maltrattamenti consistevano principalmente “nell’estrarre i detenuti dalla loro cella a seguito di un evento critico e nell’infliggere loro calci, pugni e colpi di manganello in luoghi non coperti da telecamere a circuito chiuso. Il Comitato ha potuto osservare nelle cartelle cliniche dei detenuti in questione descrizioni di lesioni corporali considerate compatibili con le accuse di maltrattamento”.