Colpiscono, ma purtroppo non sorprendono le osservazioni e raccomandazioni del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, che alcuni giorni fa ha denunciato in una relazione le criticità del sistema di detenzione italiano. Un documento che conferma i problemi tante volte sollevati da chi le carceri le visita in modo abituale, per verificare le condizioni in cui vivono gli ospiti e in cui lavora la polizia penitenziaria: da quelli cronici, come il sovraffollamento e l’alta presenza di detenuti in attesa di giudizio, a quelli comuni a tanti istituti, quali il numero insufficiente di agenti ed educatori impegnati nelle strutture, edifici fatiscenti, episodi di maltrattamento. Criticità persistenti sulle quali i riflettori si accendono solo quando l’Italia è bacchettata dagli organismi europei o internazionali o quando i casi di violenza e illegalità che si verificano tra le mura dei penitenziari raggiungono le pagine di cronaca.

E poi? Il tema sprofonda di nuovo nel buio. Prendiamo il caso di Mammagialla, il carcere di Viterbo citato dal Cpt per i numerosi episodi di violenza, di cui gli autori del report hanno raccolto testimonianza: abbiamo ascoltato direttamente da detenuti ed ex detenuti i racconti relativi a percosse, soprusi, all’esistenza della ‘squadretta punitiva’. Ci siamo rivolti al ministro Bonafede tre mesi fa, domandando un incontro in cui riferire quanto rilevato: non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Eppure oggi è innegabile l’urgenza di un intervento che ripristini lo Stato di diritto in questa casa circondariale, a tutela delle persone che vi sono detenute, come dei tanti agenti di polizia penitenziaria che operano in modo corretto. Altrettanto innegabile è l’urgenza di provvedimenti che riportino dignità e legalità all’intero apparato detentivo e che non si limitino a singoli istituti.

L’assenza di interventi risolutivi è una staffetta che passa di governo in governo. Si fa quel tanto che basta per rispondere nell’immediato alle richieste degli organismi europei, si applicano provvedimenti-tampone in risposta a emergenze particolari o localizzate, quando invece politica e istituzioni dovrebbero allargare lo sguardo al sistema giustizia nella sua interezza. Meno carcere, più giustizia: per agire sul primo, è necessaria una riforma complessiva della seconda. Questa l’unica strada percorribile, se l’obiettivo è quello di trovare soluzioni durature. Soluzioni che sono adesso più che mai indifferibili, poiché la crisi del sistema giustizia blocca la crescita economica del Paese: la lunghezza della durata dei processi, l’enorme carico di cause pendenti e il ritardo dei pagamenti della Pa frenano qualsiasi attrattiva di investimento dall’estero, oltre a pesare per circa un punto del Pil sulla nostra economia.