Con buona pace dell’italico ministero per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, la recentissima ricerca GenerationShip 2024 – a cura di Kkienn Connecting People and Companies per il Gruppo Unipol – ha certificato che per GenZ (i nati 1997-2012) e Millennials (tra gli inizi degli anni ’80 e la metà degli anni ’90), sposarsi e avere figli non è una priorità per più di un giovane su due. E che per l’84% di loro il focus si è spostato su carriera e denaro. D’altra parte il sottovalutato hashtag che imperversa da tempo su TikTok, #childfree, è diventato un vero e proprio trend: a differenza di “child less” (cioè chi non può avere figli, ma li desidera), ha lo scopo di enfatizzare l’intenzione e la volontà di non avere figli. Ma a guidare questo orientamento tra i più giovani sono le ragazze tra i 15 anni fino ai 30, sancendo un nuovo “gender divide” con gli adulti over 30.

Child free

Un fenomeno globale e non solo italiano, quello “child free”, che ha ripercussioni sociali e culturali, oggi tornato al centro del dibattito politico per le conseguenze che sortisce anche sulla società e sul futuro della popolazione (col relativo “inverno demografico”). Una realtà che ha sempre più corpo e che ha fatto fioccare le solite etichette che tacciano i giovani di essere egoisti, individualisti e carrieristi: un paradosso, se a tuonare contro il mondo dei giovani è quello dei vecchi. E Platone ci darebbe anche ragione visto che – alcuni millenni fa – sosteneva che il governo vada sì “affidato ai saggi”, ma che “i vecchi a volte lo sono e a volte”, invece, sono “solo portatori di bilioso risentimento”. Ma Platone non ha detto tutto e non poteva essere altrimenti, visto che ha vissuto nel 400 a.C. Perché lo stereotipo dei giovani “egoisti” – pronunciato da chi ha messo in campo politiche pubbliche schiacciate sul presente, politiche ambientali disastrose, Quota 100 e precariato – suona come minimo paradossale.

Analfabetismo digitale

Dunque, non solo risentiti questi vecchi, anche semi analfabeti, senza offesa ovviamente. Qui si parla di analfabetismo digitale, quello che affligge – nel nostro paese – non certo le nuove generazioni ma la forza-lavoro attiva e il management. E ci avviciniamo al nocciolo della questione: l’Italia è un paese di vecchi ma questo non impedisce a un nonno di fare le video call su Skype con i nipoti. L’invecchiamento della popolazione diventa invece “un ostacolo alla digitalizzazione” – scrive Innocenzo Genna, giurista esperto di digitale – “quando le leve del potere sono in mano alla popolazione più anziana e non esistono pressioni concorrenziali per smuovere la situazione”. Anzi, in un tale contesto “innovazione e digitalizzazione sono spesso osteggiate perché potrebbero sovvertire lo status quo generazionale”. E l’effetto della gerontocrazia sulla scarsa diffusione delle competenze digitali si può osservare in tutti i settori dell’economia italiana, sia pubblica che privata. Aziende, amministrazioni, tribunali, tutti scontano ritardi in tema di innovazione e digitalizzazione, dovuti in gran parte alla scarsa propensione all’innovazione da parte di un management mediamente anziano e soprattutto incontestabile.

Le attività digitali più semplici

I dati del DESIIndice di digitalizzazione dell’economia e della società – lo certificano: gli italiani – siamo al 18° posto sui 27 Stati della Ue – si piazzano al di sopra della media europea solo per le attività digitali più semplici (come le videoconferenze e l’entertainment), mentre precipitano agli ultimi posti in classifica per quelle che richiedono un approccio leggermente più tecnico (come il banking online, l’e-learning e il commercio elettronico). Ma siamo indietro anche per quanto riguarda l’utilizzo di social network e l’accesso ai canali di notizie. E i danni peggiori si vedono più nel privato e meno nel pubblico. E sempre per ragioni gerontocratiche, vista la scarsa diffusione di modelli organizzativi e gestionali innovativi: raramente il digitale e l’informatizzazione entrano nelle aziende italiane. Quando accade, sono portati da qualche dirigente visionario. Data questa situazione, non dovrebbe sorprendere che i lavoratori italiani siano indietro nelle digital skills, visto che le competenze digitali non appaiono fondamentali per fare carriera: ai vertici ci sono sempre le stesse persone, con caratteristiche anagrafiche simili.

Per quale motivo un imprenditore dovrebbe fare investimenti in innovazione e digitalizzazione quando ha a disposizione una massa di giovani, istruiti e diplomati, ma senza speranza di carriera? Il Covid ha avuto almeno un ruolo utile: ha obbligato amministrazioni, scuole e aziende a riorganizzare il lavoro a distanza, con l’utilizzo di nuovi strumenti e la sperimentazione di modelli organizzativi diversi che sempre la gerontocrazia ha in passato ostacolato. Lo ha fatto certamente con esiti non sempre positivi, ma intanto ha avviato un processo senza ritorno: quello della modernizzazione del paese. La scuola deve proseguire l’opera: riappropriandosi di una funzione centrale, come se l’uso della tecnologia fosse il nuovo alfabeto.

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Curo AI voglia!, un podcast sull’intelligenza artificiale in collaborazione con Il Riformista. Sono tutrice volontaria di minori stranieri non accompagnati e mi interesso da sempre di diritti, immigrazione, ambiente e territorio. Dirigo Healthcare Policy rivista sulle politiche della salute e le sue industrie, del gruppo Formiche.