Un esercito di ragazzi che serve pasti caldi, preparati dalle famiglie, ai senzatetto e agli immigrati ospitandoli a scuola. Nelle stesse aule dove durante l’anno si spiegano le formule chimiche e si traducono le versioni di latino, arrivano pentole, tovaglioli e bicchieri di carta. Non è una favoletta edificante per bambini buoni, ma quello che succede ormai da molti anni a Roma, durante il periodo natalizio, presso la succursale del liceo scientifico Isacco Newton, in via dell’Olmata 4, accanto alla storica Basilica di Santa Maggiore, nel quartiere dell’Esquilino. È in posti come questo che misuriamo lo scarto lancinante fra le istituzioni e la realtà, le idee teoriche e la vita vera, i linguaggi spesso astrusi e autoreferenziali della politica e ciò che abbiamo sotto gli occhi e non vogliamo vedere.

Già dalla mattina la gente s’accalca di fronte al portone d’entrata. Stiamo parlando di un centinaio di persone che sono abituate a dormire là dove capita, alcuni ospiti di centri d’accoglienza, altri dentro baracche di fortuna. L’afflusso viene regolato dagli studenti, responsabili dell’organizzazione. Per molti di loro questa esperienza rappresenta una tappa significativa in quella che un tempo definivamo l’educazione sentimentale.

Certo, ci sono le professoresse e le famiglie che preparano i cibi da distribuire. Ma se non ci fossero gli adolescenti disposti a farsi in quattro, questo evento sarebbe impossibile soltanto pensarlo. La dirigente scolastica, Cristina Costarelli, in piedi davanti al finestrone del terzo piano, accanto alla tavolata con le pietanze succulente che stanno per venir portate giù ai commensali schierati, mi confessa che a volte le capita di chiudere gli occhi affidandosi alla Provvidenza nella speranza che non succeda niente di spiacevole. La cosa sorprendente, ma soltanto per chi concepisce la scuola secondo criteri obsoleti, è vedere fra i più attivi degli studenti quelli che di norma in classe sono distratti e svogliati. Qui, al contrario, negli stessi ambienti che di solito li fanno sbadigliare, scoprono risorse forse a loro stessi ignote.

Anch’io, nel mio piccolo, ho contribuito alla festa perché mi sono portato dietro una mamma bengalese coi suoi due figli che frequentano le elementari, un giovane siriano appena arrivato in Italia grazie ai corridoi umanitari della comunità di Sant’Egidio e un senegalese profugo politico. Ho ancora davanti agli occhi tutta la scena. Ci siamo seduti uno accanto all’altro: Dimitrj, rumeno che abita in una catapecchia all’Anagnina; Mohamed, tunisino da tanti anni nel nostro Paese che s’arrabbatta come operaio tuttofare; Ivan, moldavo triste e silenzioso; Georgj, ucraino dal sorriso malinconico e Fausto, d’origine pugliese, senza arte né parte. Le loro vite assomigliano a tronchi bruciati, ancora incandescenti.

Abbiamo parlato con una frontalità, una franchezza, una disinvoltura, difficili da trovare altrove. Bastano pochi minuti per superare timidezze e imbarazzi e subito vengono alla luce storie di famiglie distrutte, obiettivi falliti, progetti andati a monte, malattie e povertà mischiate una all’altra come gemelli siamesi. A intervallare le nostre confidenze ci sono i sedicenni che fanno presto a portare i piatti vuoti sostituendoli con altri pieni. Non mancano le battute, le barzellette, gli aneddoti scherzosi.

Dimitrj avrà già mangiato due lasagne e quattro cotolette e aspetta fiducioso il dolce sorseggiando l’aranciata: sta facendo la scorta non sapendo di cosa potrà disporre nei prossimi giorni. Molti di questi vagabondi, barboni, homeless, come li vogliamo chiamare, appena fuori di qui, si mettono agli angoli delle strade simili a fantasmi: non chiedono neppure l’elemosina, si limitano a sonnecchiare dentro la giacca a vento. La gente che passa finge di non vederli. Nessuno parla con loro. Adesso invece sembrano membri di famiglia coi quali scambiare quattro chiacchiere. Ma appena si alzano e prendono il carrello degli stracci lasciato da parte, d’improvviso li riconosci. Fai appena in tempo a salutarli e non li vedi più.