“È morto Mino Raiola”. La notizia sul superprocuratore dei calciatori, 54 anni, aveva preso a circolare furiosamente in mattinata. Personaggio sopra le righe, che ha segnato un’era della storia del calcio e non solo italiano. Con lui, e la sua generazione di manager, la figura del procuratore è cambiata da amministratore di campioni a protagonista del mondo del calcio. E per questo la notizia aveva sconvolto il mondo del calcio e gli appassionati.

È nato a Nocera Inferiore, provincia di Salerno. Da qualche mese le sue condizioni si erano aggravate. A gennaio era stato ricoverato a Milano. Il suo staff aveva smentito il ricovero in terapia intensiva e l’operazione d’urgenza. Forbes aveva inserito Raiola nel 2020 al quarto posto al mondo tra gli agenti di tutto il mondo con un fatturato da 84,7 milioni di dollari e con un giro di affari chiusi per un valore di 847,7 milioni. Raiola ha assistito giocatori del calibro di Ibrahimovic, Haaland, Donnarumma, Pogba, Verratti, Balotelli, Mikhitaryan e De Ligt.

Lo scorso 12 gennaio Raiola era stato operato all’ospedale San Raffaele di Milano per una malattia polmonare non legata al Covid e subito era sorto un giallo. Il suo staff aveva parlato di controlli programmati e anche Alberto Zangrillo, medico dell’ospedale lombardo, aveva sottolineato come l’intervento fosse in programma da tempo, ma la Bild annunciò che Raiola era ricoverato in terapia intensiva e che le sue condizioni si erano seriamente aggravate. Secondo La7 sarebbe morto all’ospedale San Raffaele. “Sono indignato dalle telefonate di pseudogiornalisti che speculano sulla vita di un uomo che sta combattendo”, ha dichiarato Alberto Zangrillo, direttore del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva dell’Irccs ospedale San Raffaele.

 

Anche dal profilo ufficiale del procuratore arriva la smentita: “Stato attuale di salute per chi se lo sta chiedendo: incazzato, è la seconda volta in quattro mesi che mi uccidono. A quanto pare sono anche capaci di farmi resuscitare”.

 

Raiola è cresciuto in Olanda, dove si era trasferito con la famiglia negli anni ’60. La famiglia aveva aperto una pizzeria e lui lavorava da cameriere. Aveva sempre voluto, fin da bambino, lavorare nel mondo del calcio. Ha cominciato con le giovanili dell’Haarlem, con i calciatori olandesi. Poliglotte, almeno sette lingue: olandese, inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese e italiano. “Ma quando penso, penso in dialetto campano: è più veloce”. Ha avuto due figli con la moglie.

Il suo primo vero affare a 18 anni quando comprò un McDonald e lo rivendette molto bene per fondare una società di intermediazioni, la Intermezzo Spa. Così ha cominciato la sua scalata. Da semplice rappresentante dei calciatori a intermediario. Ha comprato nel 2016 la villa di Miami che fu di Al Capone per otto milioni, oggi ne vale il doppio.

(Articolo in aggiornamento)