In queste elezioni ci sono forse solo due leader che vanno al voto senza particolari preoccupazioni: Giorgia Meloni, che è sino a questo momento la prima in classifica nei sondaggi sulle intenzioni di voto, – ma, malgrado l’unanimità espressa sin qui dai risultati dei vari istituti di ricerca, anche lei sa che dei sondaggi non ci si può mai fidare completamente, sia perché è connaturato un margine di approssimazione, sia, specialmente, perché la ricerche fotografano la situazione attuale, che può sempre cambiare durante la campagna elettorale – e Silvio Berlusconi, che alla fine della sua carriera tornerà in Senato e, se se la sente e se lo eleggeranno, ne farà il Presidente. Ormai il patriarca della cosiddetta seconda repubblica italiana non ha più nulla da perdere. Per tutti gli altri è una prova.

Conte dovrà gestire un partito dissanguato dai conflitti interni e ridotto, se si consultano i sondaggi odierni, ma staremo a vedere i risultati, a meno di un terzo dei voti rispetto alle trionfali elezioni del 2018. Letta e Salvini invece si giocano addirittura il posto da segretario del rispettivo partito. Anche per questo Salvini vuole i governatori regionali in lista, malgrado i numerosi dissensi politici che li separa da loro: per evitare di essere il solo responsabile della possibile (ed evocata in questi giorni anche da molti all’interno del suo partito) debacle elettorale, come lo è stato invece del travaso di voti massiccio, indicato dai sondaggi, verso la sua alleata, Meloni.

Letta deve sopravvivere alla caduta del “campo largo”, a una possibile severa sconfitta elettorale e, di conseguenza, alle tensioni che dividono – per la verità non da oggi – il Pd almeno in due tronconi, con una parte che vorrebbe tuttora, o dopo le elezioni, ricucire i rapporti con Conte. Quanto al duo Calenda-Renzi, con la loro operazione terzo polo, o la va o la spacca: è possibile un insuccesso clamoroso o una affermazione altrettanto clamorosa. Ad oggi le intenzioni di voto espresse nei loro confronti appaiono di numerosità relativamente modesta, ma, c’è, al tempo stesso, un vasto mercato elettorale potenziale al centro che, con una buona campagna elettorale, potrebbero conquistare, almeno in una parte significativa. È vero dunque che, come sottolineano tutti gli osservatori, queste elezioni sono molto importanti per il Paese, benché ad oggi, complice anche il periodo estivo, non tutti gli elettori lo capiscono chiaramente, ma, per certi versi, sono ancora più importanti, anche sul piano personale, per i leader ai vertici dei partiti.

Questo spiega in parte i toni estremi che sta prendendo questa per fortuna breve campagna elettorale. Dove quasi tutti sono per l’agenda Draghi (che ci sia ciascun lo dice, cosa sia esattamente nessun lo spiega bene), tutti presentano gli altri come nemici pericolosi e alzano la voce per piazzare la loro merce – come in certi mercati ortofrutticoli. Una campagna con poche eccezioni dominata da dottori Dulcamara venditori di pozioni magiche – a presunto costo zero per un paese gravato dal debito pubblico. Meloni però un problema ce l’ha. Non di voti, ma di “reputazione”. Perciò, anche in questi giorni, con svariate dichiarazioni, ha cercato di allontanare (e talvolta di rinnegare) l’eredità del neofascismo che non pochi media nazionali e anche internazionali, nonché ovviamente alcuni avversari, le rammentano.

Ma, specialmente, la leader di FdI sembrerebbe aver capito che vincere le elezioni è una cosa, governare tutta un’altra. Per provare quest’ultima ci vogliono, tra l’altro, sin d’ora professioni di fede atlantiste e oggi anche filoeuropee. Con l’America, in particolare quella dei Republicans, Giorgia non ha nessun problema, ma con l’Ue le cose sono un po’ più complicate. L’ombra di Orban e Le Pen inquieta la maggioranza del Parlamento e della Commissione europei. Proprio le istituzioni che con la Banca centrale di Francoforte stanno aiutando l’Italia. Ma parrebbe che la leader dei FdI lo abbia capito. E infatti sta facendo soprattutto una campagna (plurilingue) all’estero, ancor più che in Italia, dove sembra averne meno bisogno. Questa campagna volta alle cancellerie straniere mostra che Giorgia Meloni alla prevalenza della sovranità nazionale che un tempo declamava, forse non crede più (o, quantomeno, così dichiara sempre più spesso).

Renato Mannheimer e Pasquale Pasquino