“Soldi & Lega”. “Notizie di interesse per la procura di Milano..”. Toni piuttosto espliciti, quelli del Fatto quotidiano, sempre attivo nel settore Manette & C. Questa volta hanno preso di mira la Lega di Matteo Salvini, dopo essersi appassionatamente dedicati a Open e a Matteo Renzi. Stanno seguendo l’odore dei soldi, in attesa e nella speranza che qualche uomo della procura, preferibilmente di Milano ma vanno bene anche altri, apra fascicoli e possibilmente anche le celle. E si lamentano pure, mettendo nero su bianco anche una sorta di protesta perché il loro “scoop” non è stato ancora raccolto da nessun altro organo di informazione. Li accontentiamo subito, anche perché la loro “inchiesta” somiglia molto a una ricopiatura dei vecchi elenchi del telefono, più che a un colpo al cuore di un partito politico.

Che cosa hanno scoperto i cani da tartufo di Marco Travaglio? Semplicemente quel che succede in tutti i partiti almeno da settant’anni, e ancora di più da quando non esiste il finanziamento pubblico, l’assenza del quale mette l’Italia nella stessa casella della Bielorussia. Stiamo parlando di versamenti di oboli da parte di cittadini simpatizzanti per partiti o movimenti, ma anche di quel contributo di militanza che da sempre versano gli eletti a tutti i livelli istituzionali, ma anche nominati in enti pubblici o privati in “quota” di appartenenza. È così e non c’è nulla di scandaloso, men che meno di illegale. È un modo di appartenere, e di mostrarlo, a una comunità, una forma di orgoglio e lealtà. Non è un caso se sia un’antica tradizione del vecchio Pci, ma anche del Partito radicale, quello che forse più di tutti ha ricevuto dai suoi militanti quando venivano eletti, cioè il 50% dell’indennità. Non erano certo i versamenti dei militanti o dei simpatizzanti il problema di Enrico Berlinguer quando sollevò la “questione morale” negli anni ottanta o dello stesso Bettino Craxi quando in piena Tangentopoli denunciò nell’aula di Montecitorio il sistema “irregolare e illegale” del finanziamento dei partiti.

Quelli erano problemi seri, che avevano a che fare con la legalità e con la moralità. Non con il moralismo e le bufale politico-giornalistiche, che sono altra cosa. Quelli del Fatto lo definiscono “il sistema del 15%” oppure “soldi & Lega”, neanche stessero alludendo a un traffico internazionale di capitali illeciti. I cani da tartufo hanno scovato un vecchio documento di vent’anni fa (cioè dei tempi in cui Matteo Salvini era un ragazzino, consigliere comunale a Milano) in cui il Consiglio federale della Lega aveva deciso di attribuire a Giancarlo Giorgetti il compito di sovraintendere alle nomine. E nel corso di una riunione il segretario organizzativo nel darne la notizia aveva anche comunicato alle sezioni di partito come fosse «dovere morale di quanti saranno nominati di contribuire economicamente alle attività del Movimento con importi che equivalgano, mediamente, al 15% di quanto introitato». Ah, il 15% per cento, pensano subito i tartufoni del Fatto nel leggere il vecchio documento. Ma non è la stessa percentuale citata da quel Tal Scillieri arrestato (e poi mandato a casa perché sta cercando di fare il “pentito”) nelle indagini per l’acquisto di quel capannone per conto della Film Commission? Ecco la puzza di bruciato, il 15% che “mediamente” coloro che sono stati eletti nelle liste della Lega o nominati in quota (come si dice nel gergo politico) versano come contributo nelle casse del partito. Ecco materia per procure.

Poi naturalmente, poiché quelli del Fatto devono aver imparato dal loro direttore a non essere mai precisi, l’inchiesta a puntate ingarbuglia ben presto la vicenda. All’inizio pare un’indagine che affianca quella della procura di Milano sul capannone, ma anche le tante difficoltà subite dalla Regione Lombardia nei mesi della pandemia da Covid-19. Così si punta sulla sanità “padana”, e giù nomi di funzionari e dirigenti che, nell’arco di tre anni, tra il 2008 e il 2010, avrebbero versato, con regolari bonifici (e non con mazzette di contanti in scatole di scarpe) poche migliaia di euro (da tremila e seimila all’anno) nelle casse della Lega. Nomi, ruoli e foto a colori riempiono le pagine del quotidiano. Ma le notizie sono pochine.

Così il filone “sanità lombarda” si prosciuga rapidamente, e i cani da tartufo tentano allora di alzare il tiro. Non temono il ridicolo nemmeno quando alle aziende pubbliche sono costretti ad affiancare enti privati, privatissimi. Si arriva così ai titoloni “Anche manager di Eni e di Intesa tra i pagatori”, laddove il termine “pagatori” evoca una costrizione, un’estorsione, un’arma puntata. Prendiamo il caso di Marcello Sala, che sedeva dal 2007 al 2016 nel consiglio di amministrazione della banca Intesa Sanpaolo, a controllo del tutto privato. Uomo vicino, come gli stessi tartufoni ricordano e come si legge sui giornali senza bisogno di leggere vecchi documenti, a Giancarlo Giorgetti. Bene, che dire delle sue responsabilità? Degli atti di cui dovrebbe occuparsi la procura di Milano? Sala avrebbe versato, secondo una rendicontazione interna al partito di cui i tartufoni sono entrati in possesso (perché sono abilissimi), ben 51.000 euro in sei anni. Un bel tirchione, se è consentito dirlo. Ma nulla si sa per ora di tutti gli altri, perché lunghi sono gli elenchi di manager che la Lega, unico partito italiano si suppone, avrebbe collocato negli enti come persone di fiducia, ma i nomi di coloro che avrebbero versato l’obolo sono pochissimi.

Poi ci sono anche le gaffe. Come quella su Giovanna Colombo Clerici, militante della Lega dagli albori, che è stata anche parlamentare. Nulla si dice dei suoi versamenti negli anni in cui era a Montecitorio, ma si parla solo di 9.000 euro che avrebbe versato quando era nel consiglio di amministrazione della Rai. Una distinzione sottile, apparentemente, dal momento che tutta l’inchiesta (è ancora in corso, tranquilli) punta a isolare la Lega, come già Italia Viva con Open, dagli altri partiti in cui tutti gli eletti danno un contributo al partito. Infatti si fa la distinzione tra questi e i nominati, come se anche costoro, per quanto professionalmente più o meno competenti, non fossero indicati, sempre, dai partiti. Domandina facile facile: chi ha nominato il presidente dell’Inps? Tanto per fare un esempio a caso, naturalmente.

Il che ci porta a ricordare quale sia quel movimento i cui eletti si distinsero, fin dai primi giorni, per quanto si accapigliavano per questioni di scontrini, e quanti siano stati espulsi perché non versavano la loro quota mensile alla struttura di partito e quanti se ne siano andati perché, si sa che al gruppo misto si guadagna di più e non si deve dare il contributo a nessuno. E potremmo anche ricordare che in quel certo movimento gli eletti devono anche (sono costretti davvero, non come donazione volontaria) pagare ogni mese una quota della propria indennità a una società privata. La stessa che riceveva fondi da una multinazionale proprio nello stesso periodo in cui qualcuno in Parlamento faceva ridurre le tasse ai prodotti di quella tal multinazionale. Che dire? Si sa che i moralisti sono quelli delle due morali, una per sé (e i propri amici) e una per gli altri. Oggi sappiamo anche che certi cacciatori annusano pensando di aver trovato i tartufi, invece trovano solo bufale.