Dino Cofrancesco, in un intervento pubblicato ieri sul Giornale, non condivide né rispetto al 1960 (caduta del Governo Tambroni e conventio ad excludendum allora ribadita verso il Msi) né ad oggi (una conventio si è indubbiamente formata ai danni della Lega di Salvini, in molti parliamo di “nuovo arco costituzionale”) gli argomenti che abbiamo sostenuto in diversi in questi giorni (oltre a me, in particolare Pasquale Pasquino sul sito www.libertaeguale.it, Giorgio Armillei sul sito www.landino.it e un editoriale del Foglio). La sua obiezione è sostanzialmente di carattere democratico-radicale: contano solo i consensi, specie se crescenti. Trovo anzitutto piuttosto strano che questa tesi sia sostenuta da un autore liberale, dato che il pensiero liberale ha come costante attenzione quella per la quale la democrazia non sopprima la libertà e dato che non mancano affatto precedenti storici in cui questo è concretamente accaduto (tra gli esempi maggiori: Italia 1922, Germania 1933, Francia 1940). In secondo luogo mi sembra che Cofrancesco non consideri il rilievo particolare che l’ancoraggio euro-atlantico ha nel garantire in Italia una democrazia liberale sul piano interno.

Non siamo nel Regno Unito dove il radicamento della democrazia liberale prescinde dall’adesione all’Unione europea e dove, per questo, il dibattito sulla Brexit è stato decisamente meno traumatico. La Brexit è stato un brutto pasticcio, ma l’Italexit sarebbe una fuoriuscita dal quadro costituzionale. In terzo luogo lo strumento di prudenza liberale che è la conventio ad excludendum tesa ad evitare, per quanto possibile, l’accesso al Governo (soprattutto in termini autosufficienti) di forze che mettano in questione quel pilastro di sistema, non è affatto una discriminazione antidemocratica, ma una legittima difesa della Costituzione intesa non solo come testo, ma anche come ordinamento complessivo. Lasciamo ora da parte l’attualità e torniamo al 1960. Cofrancesco critica l’esito di allora giacché avrebbe capovolto il rapporto corretto tra democrazia e antifascismo: invece di essere la democrazia a giudicare le varie forme di antifascismo sarebbe invece accaduto il contrario. In realtà così non è. La conventio ad excludendum ha operato allora, prima e dopo Genova 1960, sia verso destra (il Msi fino alla fine del primo sistema dei partiti ha rivendicato una continuità ideale col fascismo sia pure nella discontinuità dei mezzi) sia verso sinistra. Valeva, sia pure con argomentazioni diverse e non pienamente equiparabili, sia la discriminante del 25 aprile 1945 sia quella del 18 aprile 1948.

Nel 1960, rispetto alla crisi irreversibile del centrismo, erano in campo due ipotesi alternative. La prima – espressa dal Governo Tambroni e che aveva avuto come precedente la tentata operazione Sturzo del 1952 fatta fallire soprattutto da De Gasperi e dai settori della destra politica, sociale, ecclesiastica – era quella di rinunciare alla conventio verso la destra perché sarebbe stato decisivo mantenere quella contro la sinistra. La linea rivelatasi vincente, quella gestita da Moro e Fanfani, non era speculare, cioè non si proponeva di scegliere tra le due conventiones mantenendo solo quella contro la destra, ma invece di prendere atto che la posizione del Psi dopo i fatti di Ungheria non si prestava più ad una conventio contro di esso, che si stava muovendo decisamente verso l’opzione euroatlantica. Come poi, vari anni dopo, accadde per il Pci: non a caso Giorgio Napolitano, parlò di un’incapacità a scegliere per vari decenni che aveva portato il Pci ad una sostanziale autoesclusione.

Per questo, tornando all’oggi, era del tutto giustificato il veto opposto il 27 maggio 2018 alla nomina del Ministro Savona, sostenitore di una svolta anti-Ue e anti-Euro, colta come contraria al ruolo presidenziale di garante anche dell’appartenenza all’Unione Europea. Un veto, per rifarsi alle parole precise del Presidente Mattarella contro «un esponente che al di là della stima e della considerazione della persona… sostenitore di una linea più volte manifestata che potrebbe portare probabilmente o inevitabilmente alla fuoriuscita dell’Italia dall’euro». E per questo si è venuta a creare una conventio che prende atto dell’autoesclusione della Lega, almeno fino a quando essa, anche con la recentissima proposta di revisione costituzionale del presidente della Commissione Bilancio Borghi e del capogruppo alla Camera Molina, eliminando i vincoli al debito, allude chiaramente all’uscita dall’Euro e dalla Ue.

Al di là delle polemiche congiunturali, si spiega in relazione a questo anche il dibattito sulla legge elettorale, molto più di quanto non esso sia legato alla riduzione dei parlamentari. Chi non vuole la conventio ad excludendum non ha che da convincere la Lega a cambiare la posizione sulla Ue. «C’è in gioco un delicatissimo tema di politica estera, che sfioro appena», segnalava Aldo Moro nell’ultimo discorso ai gruppi parlamentari del 28 febbraio 1978, per chiarire che le riserve persistenti sulla sincerità della svolta atlantica del Pci ne consentivano un’associazione alla maggioranza, ma non ancora al Governo. È tornato anche oggi un delicatissimo tema, solo che la politica europea è anche e soprattutto politica interna. Per questo c’è oggi un nuovo arco costituzionale, ma lo ha creato Salvini contro se stesso.