Ci pensi se Giorgia Meloni dovesse prima o poi surclassare Matteo Salvini? Così come i cantanti che si ritrovano intanto a litigare a un festival per il controllo del palco, allo stesso modo, sia pure in altra sede, il “Capitano” della Lega e la leader di Fratelli d’Italia sembrano, in prospettiva, contendersi l’egemonia della destra italiana, la stessa che punta alla quarta sponda, ossia allargarsi al centro moderato, ben pensante, una saldatura che li renderebbe irresistibili. Il podio della destra, se così possiamo dire, mostra tuttavia al momento ancora due distinte maschere, ognuna a suo modo certa d’essere convincente, così da abbattere un governo da essi reputato politicamente innaturale, contro natura, si direbbe con antico adagio sessuale.

Il momento annuale, con l’imminente apoteosi del Carnevale alle porte, sembra legittimare ulteriormente la metafora carnascialesca. Chissà se a Viareggio non stiano già immaginando un carro che veda la faccetta biondina di Giorgia Meloni surclassare il faccione di Salvini, se così fosse potremo dire che in taluni casi perfino la cartapesta certifica l’appeal sulla piazza elettorale, ne sugella il risultato politico nell’immaginario popolare.

Di Giorgia Meloni, fin dai governi griffati Berlusconi, si vocifera si tratti di “una seria professionista”, abituata alla politica grazie a un tirocinio adeguato: il Msi e sue declinazioni successive. Fascisti, sì, ma temprati al gioco parlamentare, esperti nel mestiere; anche Sciascia suggeriva questi loro meriti citandone le relazioni di minoranza nella Commissione antimafia. È noto che l’ex ragazza, adesso cresciuta, giunge a tutti noi da un partito post-fascista in servizio politico permanente effettivo dal dopoguerra, da quando Domenico Leccisi trafugò la salma di Mussolini dal cimitero di Musocco, affinché avesse “degna sepoltura”.

Giorgia, come è noto, per privilegio generazionale, è arrivata molto tempo dopo quelle gesta riparatrici agli occhi dei camerati, esatto con il Fronte della Gioventù erede della Giovane Italia, dunque, idealmente, c’è da immaginarla mentre esce all’aria dal “bunker” di Colle Oppio per trovare la luce della legittimazione all’ombra di Forza Italia. Quello del bunker è un mondo raccontato da Giulio Salierno in Autobiografia di un picchiatore fascista, il mondo delle antiche sezioni missine, un bosco nero spettrale dove figuravano soggetti paradigmatici come “Er Nerchia”.

Nulla di tutto ciò, Giorgia va semmai immaginata nella fase terminale della luttuosa dopostoria missina, magari davanti al murale dedicato a Paolo Di Nella, militante del FdG barbaramente assassinato si presume da militanti di Autonomia – “Paolo Vive!”, lì segnato con il classico font di Jack Marchal, in viale Libia verso piazza Gondar – o piuttosto in via Acca Larenzia, altra pagina tragica del martirologio della neofascismo capitolino. Verrà poi l’avventura di Gianfranco Fini, il trapasso in Alleanza nazionale e Azione giovani, il doppiopetto e l’abito “Cenci” o “Zara” che lascia da parte la celtica, escluso Alemanno, per indossare appunto l’abito idoneo allo sbarco pre-ministeriale, con i consigli di colui, così raccontano, che sembra essere stato il suo maestro politico, Fabio Rampelli, adesso con lei in Fratelli d’Italia, Rampelli che ricopriva i muri dell’Urbe di manifesti segnati dal gabbiano Jonathan Livingston accampagnato dal motto: “E’ amore, è rabbia”. L’avresti mai detto che una ragazza con una simile storia da “fascia” sarebbe diventata ministra? Sia pure nel solco di “Atreju”, nero annacquato nella fantasy istituzionale con Berlusconi a raggiungerla sul cocuzzolo del Palatino.