Non è vero che i referendum, annegati nell’astensionismo domenicale, non siano serviti a nulla. O, peggio, che siano stati uno spreco di risorse pubbliche in gran parte d’Italia (dove non si votava per le amministrative), vista la modesta percentuale di cittadini andati alle urne. È vero, invece, che dal voto del 12 giugno occorra trarre almeno tre lezioni fondamentali. La prima è che, in una democrazia in grande sofferenza di partecipazione popolare, lo strumento referendario sembra definitivamente giunto al proprio capolinea politico e costituzionale.

Per carità, la democrazia diretta, l’appello al popolo, il sentimento della gente, tutte cose nobili in una società polarizzata, ideologizzata, in cui fazioni antagoniste si contrappongono. Ma, in questo torbido e controverso Terzo millennio, quella società del 1947 semplicemente non esiste più, non è sopravvissuta alla modernità e alla secolarizzazione. La mediazione, la conciliazione, la composizione degli interessi ha preso il posto delle opzioni nette, delle scelte recise. Un’aura chiaroscurale avvolge tutti i temi fondamentali della società: dall’eutanasia agli orientamenti sessuali, dalle opzioni educative a quelle familiari, dal solidarismo economico al liberismo sorvegliato. In un mondo di valori così complesso e frammentato il si/no referendario appare arcaico, sorpassato, inadeguato.

Gli elettori non sono indifferenti al tema della giustizia, ma si sono ritirati sull’Aventino dell’astensione nella convinzione che, per un verso, le abrogazioni non avrebbero migliorato il funzionamento della macchina e che, per altro, la punizione da infliggere alle toghe fosse eccessiva in un tempo in cui la mafia esce dal torpore di un lungo letargo e bazzica nuovamente per le urne e gli scranni. Erano quesiti chirurgici, non impossibili da comprendere sia chiaro, ma le cui ricadute sono apparse remote, eventuali, incerte. Si fosse affondato il bisturi sulle norme che regolano i tempi dei processi e il ristoro dei danni da ritardo, si fosse discusso del limite di reddito per accedere al patrocinio a spese dello Stato, si fossero toccate le disposizioni disciplinari per i magistrati che sbagliano, eliminando qualche impunità di troppo, allora.

Allora, forse, il popolo elettore avrebbe colto la diretta correlazione tra referendum e condizione della giustizia, tra le proprie cause, civili e penali, e l’abrogazione di qualche disposizione di legge che vi nuoce. I promotori hanno lavorato di fino. Troppo. Come Ulisse polymetis (dalle mille astuzie) hanno ragionato alla Calderoli e guardato ai suoi famigerati, temuti emendamenti. Un taglio qui, un taglio là e l’abito nuovo è bello e pronto. Ma un conto è organizzare imboscate parlamentari e defatiganti ostruzionismi, altro convincere e motivare milioni di elettori. Tranne il referendum sulla custodia cautelare, tutto il resto era roba da chierici, da esperti di giustizia e la mancata “traduzione” e divulgazione politica di questi arzigogoli hanno favorito il partito della spiaggia in un giugno caldo e soleggiato. Ammesso che fossero traducibili e divulgabili, nell’era di Twitter, alcune centinaia di parole dei quesiti.

La seconda lezione riguarda i protagonisti del pianeta giustizia attraversato in modo più ravvicinato dalla battaglia referendaria. In molti hanno assistito compiaciuti al disintegrarsi dei meteoriti referendari nell’atmosfera rarefatta di un’astensione mai registrata prima. Toghe e avvocati erano ben consapevoli dell’importanza di alcuni dei temi sul tappeto e, per ragioni contrapposte, attendevano l’esito delle urne con una certa apprensione. Nelle ore seguenti la debacle sembra essersi aperta una sorta di gelido regolamento dei conti con la solita caccia al colpevole. Probabilmente Salvini ci ha messo del suo, ma è innegabile che da tempo versa in una serie negativa di risultati e qualsiasi impegno avesse profuso per i referendum la sorte ne sarebbe stata ugualmente segnata. Anzi, un certo distacco potrebbe persino essere stato positivo, lasciando spazio a frange e settori più credibili, su questo versante, dell’agone referendario.

Escluso che un risultato così catastrofico possa essere addossato a questo o a quello, è vero che l’avvocatura – e più in genere una più ampia vocazione garantista della pubblica opinione – appare giunta al capolinea di una strategia movimentista che ne aveva connotato l’agire politico in questi anni. Sit-in, raccolte di firme, manifestazioni di piazza sembrano destinate a un’ingloriosa archiviazione dopo il tracollo del 12 giugno. Roba da riporre in soffitta tra i cimeli di un ‘68 ormai dimenticato, prima che concluso. Questo non vuol dire che non si debbano intraprendere o continuare campagne di denuncia e di sensibilizzazione nel paese, ma se dopo l’affaire Palamara e l’ondata mediatica che ancora lo sorregge solo un italiano su cinque è andato a votare, è chiaro che occorre un brusco cambiamento di rotta. Come attuarlo è questione complessa.

Innanzitutto pare necessario portare in emersione quella parte (cospicua) della magistratura italiana che ha mostrato – con una considerevole astensione allo sciopero indetto dall’Anm – insofferenza acuta verso lo status quo e chiede riforme radicali. La “liberazione” delle toghe italiane dai lacci e lacciuoli che hanno finito per porle in soggezione verso le correnti in questi anni – tramite i più volte denunciati meccanismi di produzione di norme secondarie da parte del Csm che rendono, talvolta, operativi questi propositi egemonici di matrice correntizia – è un passaggio ineludibile di questo progetto di cambiamento. È, forse, l’unico terreno in cui sia possibile una leale e sincera collaborazione tra magistrati e altri soggetti della giurisdizione che hanno un interesse vitale al confronto con un giudice reso terzo e indipendente non solo rispetto alle parti (incluso il pm), ma soprattutto verso spinte gerarchizzanti e modelli omologanti di dubbia costituzionalità.