Roberto Calderoli ci ha messo il corpo, un corpo già colpito dalla malattia, con un lungo digiuno. Matteo Salvini ha sfidato un pezzo di popolo leghista (e una parte del se stesso che fu) che, se pur ha da tempo rinnegato quel cappio a Montecitorio che è sempre stato solo iniziativa individuale, non ha ancora del tutto assorbito la cultura di chi la chiave della cella non vuole buttarla perché non esiste neanche la cella, o si vorrebbe non esistesse.

Pure questi referendum, bocciati domenica, non dai cittadini del no ma da un astensionismo significativo quanto lo è ormai da trent’anni non solo sulla consultazione diretta, ma anche sulle elezioni politiche e amministrative, fanno parte della cultura radicale. Matteo Salvini e la Lega, probabilmente sulla scia dell’avvocato Giulia Bongiorno e anche di qualche ferita non rimarginata nelle amministrazioni locali colpite dalla “legge Severino”, hanno svoltato sulla giustizia in modo improvviso, e clamoroso. Lo denuncia in modo molto critico (e un po’ ingeneroso sul digiuno di Calderoli, definito “caricatura”) il presidente dell’Unione Camere Penali Giandomenico Caiazza, che con qualche ragione lamenta l’improvvisazione e l’autoreferenzialità con cui i quesiti referendari erano stati presentati in conferenza stampa con un accordo a due, da Salvini e dal segretario del Partito Radicale Maurizio Turco, senza quell’ampia consultazione anche di “tecnici” che in passato avevano caratterizzato il partito di Marco Pannella.

Ma la svolta c’è stata, e che svolta. Non è un caso che il “dagli a Salvini” sia diventato sport nazionale nel mondo dei tagliagole. Come se il leader della Lega avesse tradito, come fosse diventato un Berlusconi qualunque, in lotta con le toghe. Ma il percorso ormai è avviato, pur con le sue contraddizioni. Come non notare l’abisso tra la corsa alle armi, in salsa un po’ americana, per l’autodifesa, spinta fino a proporre la non processabilità di chi ha tutelato anche con reazioni forti l’incolumità propria, della famiglia e della proprietà, e il quesito referendario che vuole limitare il ricorso alle misure cautelari? La contraddizione non è questione di lana caprina e non riguarda neppure il garantismo contro il giustizialismo. È invece la differenza che passa tra la sostanza e la forma. È farsi crociani, prima ancora che cultori dello Stato di diritto. Perché quel quesito era tutt’altro che banale. Semplicemente proponeva di spazzare via una logica da cultura del sospetto, quello che sarebbe, secondo alcuni antenati del mondo Cinquestelle, l’anticamera della verità. Il punto quindi non è di legare le mani al pm e al giudice, limitando a due invece che a tre le condizioni presupposto per le misure cautelari (spesso il carcere), ma di modificarne la qualità. Se ti sto indagando per un determinato reato, non potrò metterti in carcere per il sospetto che in futuro potresti compiere altri reati dello stesso tipo. Semplicemente perché non so ancora se hai già commesso un delitto o se sei estraneo al fatto che ti contesto.

Certo, l’impronta radicale è stata forte su questi referendum. L’hanno ignorata (volutamente) i partiti politici e quello dei Pubblici ministeri, cui è stato utile scatenare la consueta caccia al cinghialone, già sperimentata in sede referendaria contro l’altro Matteo, Renzi. L’astensionismo, in questo caso malattia infantile del giustizialismo, ha preso la mira direttamente contro Salvini, lasciando in ombra, del tutto inosservato, il NO ai quesiti. Ma il NO ha perso, occorre ricordarlo. Con percentuali importanti sulla “legge Severino” (53,97% i SI, 46,03% i NO) e la custodia cautelare (56,12% SI e 43,88% NO), ma addirittura clamorose sulla separazione delle funzioni, dove i voti favorevoli arrivano al 74%, lasciando indietro a un misero 25,99% i voti contrari.

Questa battaglia per dividere chi indaga e accusa da chi deve giudicare, è proprio passata nella testa della gente. Ed è veramente un peccato che l’abilità di Giuliano Amato, il vero “dottor sottile” della storia politica dell’Italia, abbia portato la Corte Costituzionale senza alcuna ragione logica, visto che lo stesso quesito era stato già votato dai cittadini italiani, a escludere dalla consultazione la responsabilità diretta dei magistrati che sbagliano. Perché l’abbinata tra la logica del “chi rompe, paga” e la necessità di non essere giudicato dall’amico di chi mi ha accusato, avrebbe rotto l’incantesimo del miraggio di una giornata al mare. Certo, la Consulta ce l’ha proprio messa tutta per stimolare lo spirito vacanziero, accantonando ogni possibile discussione sul fine vita e sulla marjuana. Ma non va sottovalutata l’eco dei libri di Sallusti e Palamara. Dei magistrati ormai la gran parte delle persone non si fida più. Ma forse neanche dei referendum, vista la capacità del Parlamento di calpestare il volere popolare, come accadde appunto dopo il voto clamoroso sulla responsabilità civile delle toghe.

Per questo fanno un po’ ridere le parole della senatrice Rossomando, responsabile giustizia del Pd, secondo la quale le riforme sulla giustizia si fanno in Parlamento. Si potrebbe sapere di quali leggi sta parlando? Le ultime che ricordiamo risalgono ai tempi dei governi Berlusconi, mentre il Pd (e i suoi antenati) non hanno fatto altro in tutti questi anni che appoggiare passivamente le posizioni conservatrici e reazionarie del partito dei pubblici ministeri. Oltre a tutto, con la visione politica “larga” del segretario Enrico Letta, il Pd si ritrova anche a portare sulle spalle la zavorra di Travaglio e i Cinquestelle. I quali hanno ieri esibito la consueta raffinata cultura giuridica, qualificando i quesiti referendari “proposti dalla Lega” (i radicali sono cancellati) come inutili e pericolosi, perché avrebbero riempito il Parlamento di criminali e mafiosi. Sanno come colpire, anche sotto la cintura, gli allievi di Beppe Grillo. E non è escluso che, con questi argomenti, possano far breccia in quella parte del mondo leghista che forse è ancora disorientata dal nuovo corso del partito sulla giustizia.

Ma sono ancora attuali i processi contro Salvini per i blocchi delle navi. E tutti hanno letto le parole di Luca Palamara che diceva al collega “Sì, il leader della Lega ha ragione, ma dobbiamo attaccarlo”. E dirigenti importanti come i due capigruppo alla camera e al Senato come Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari, oltre al ligure Edoardo Rixi, hanno toccato con mano la ferocia assurda dei processi cosiddetti delle “spese pazze” dei consiglieri regionali. E lo stesso ministro Garavaglia è stato torchiato non poco dalla magistratura milanese prima di essere assolto in primo e secondo grado, dopo il ricorso di prammatica del pm. Il che ci riporta alla memoria dell’importante riforma di Gaetano Pecorella che fu ghigliottinata dalla Consulta. Inutile far finta di niente. Lo stesso Matteo Renzi non era certo garantista quando decretò con il suo “game over” la cacciata di Berlusconi dal Senato con un’interpretazione retroattiva della “legge Severino”.

Quanto è cambiato dopo le inchieste su di lui e la sua famiglia! Ovvio che anche nel mondo del Carroccio certe sensibilità si siano affinate dopo qualche bruciante esperienza giudiziaria personale. Ma dobbiamo apprezzare i passi in avanti. Ora occorre prenderli un po’ per mano, i leghisti, così come è stato già fatto con Renzi. Ci pensa, in un’intervista sulla Repubblica di ieri, il deputato di +Europa Riccardo Magi, che propone anche una ricetta che eviti il fatto che il mancato raggiungimento del quorum venga contrabbandato per successo dei NO. Cosa che non è. L’incentivo per mandare le persone al voto, comunque la pensino, potrebbe essere quello di “legare la validità del referendum al 25% dei favorevoli”. E andrebbero anche “ridefiniti i poteri della Corte Costituzionale nel giudizio di ammissibilità, perché sono ormai andati oltre la lettera della Carta”. Intanto al Parlamento il compito di approvare la riforma Cartabia, soprattutto per l’urgenza del Csm in scadenza. Il solito pannicello caldo che ha il merito di non fare il solletico a nessuno. Infatti piace al Pd e ai Cinquestelle, soprattutto. Ma il sindacato dei magistrati, incontentabile, ha anche tentato uno sciopero fallimentare. Già dimenticato, perché la priorità è sempre e comunque la caccia al cinghialone, l’attività preferita delle toghe. Inquirenti o giudicanti che siano. Per loro è indifferente.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.