Della “grande” stagione referendaria in cui finalmente “si dà la parola al popolo” restano cinque quesiti su otto. Potrebbe essere la riscossa del popolo rispetto all’inerzia del Parlamento che non legifera. Ma rischia di essere un gigantesco flop. Col sapore amaro delle occasioni sprecate. I tre quesiti più popolari, infatti – uso della cannabis, fine vita e responsabilità diretta dei magistrati – sono stati giudicati inammissibili. I cittadini non si potranno esprimere su queste tre questioni nonostante i milioni di firme raccolte.

Sono quelli che avrebbero fatto anche da traino a quelli, certamente meno popolari della giustizia. E siccome i referendum sono validi solo se raggiungono il quorum della metà più uno degli aventi diritto, ieri sera fuori dalla Corte da dove si poteva godere un bellissimo tramonto su Roma era voce corrente e prevalente tra il presidio dei Radicali che dei quesiti sono stati il motore e l’anima, che “finirà tutto in un buco nell’acqua”. Ne è quasi certo il presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza, che nella discussione generale ha rappresentato il quesito sulla cannabis. “Prendiamo atto – ha detto – che i tre referendum più popolari sui temi che più avrebbero interessato l’opinione pubblica sono stati dichiarati inammissibili, per cui complessivamente la vicenda referendaria, che comunque è da salutare come un fatto positivo, assume decisamente un peso marginale”.

Vedremo cosa succederà. Non è chiaro perché la Lega ieri sera abbia iniziato a festeggiare presunte vittorie. “Ammessi cinque quesiti su sei (per la Lega contano solo quelli sulla giustizia), abbiamo vinto, anche se certo sarebbe stato preferibile il cappotto” ha detto il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli. L’ammissione dei referendum di iniziativa popolare corrispondono sempre al fallimento del Parlamento che non fa quello che dovrebbe, ascoltare quello che chiedono i cittadini e dare a queste richieste forma di legge. Detto questo, tra i cinque quesiti ammessi, ben tre possono trovare risposta nella riforma Cartabia da ieri all’attenzione della Commissione Giustizia della Camera. E così, alla fine, potrebbe arrivarne al verdetto delle urne solo un paio.

Quello sulla riforma della custodia cautelare dove il quesito, ammesso, chiede che il rischio di reiterazione del reato venga tolto dai motivi che giustificano il carcere preventivo (sono tre: pericolo di fuga; inquinamento delle prove; reiterazione del reato). Il secondo quesito che potrà arrivare alle urne è quello che chiede di “abrogare” la Legge Severino a cui da tempo amministratori e parlamentari chiedono di poter fare un tagliando di revisione nella parte che riguarda l’incandidabilità. La norma dell’allora ministro della Giustizia costringe alle dimissioni coatte da ogni incarico pubblico gli amministratori anche se condannati solo in primo grado, è il caso di molti sindaci e assessori che poi magari vengono assolti in Cassazione. Il tutto con una disparità di trattamento evidente rispetto ai parlamentari che devono anche loro dimettersi ma solo con sentenza definitiva.

Fatte queste premesse, non c’è dubbio che i referendum sulla giustizia piombano sulla riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario. Assai meno del previsto, se fossero stati ammessi anche i tre più popolari, sulle dinamiche parlamentari e su quelle della sfilacciata maggioranza. Non abbastanza però da impensierire la navigazione e l’azione del governo. Il sì della Corte Costituzionale a cinque dei sei quesiti promossi da Lega e Partito Radicale, apre una concorrenza tra Parlamento e voto popolare, una concorrenza che qualcuno giudica positivamente. Esultano la Lega che ha promosso i referendum con i Radicali, Forza Italia, Italia viva, Azione. Amareggiato e coda tra le gambe il mondo 5 Stelle poiché i quesiti ammessi smontano molte delle “conquiste” giustizialiste dell’era Bonafede (già ammaccata per la riforma del processo penale e della prescrizione).

Tiepido il Pd che non ha mai fatto mistero di non gradire l’uso dei referendum popolari per dirimere i nodi della giustizia che possono essere sciolti solo in Parlamento. Fratelli d’Italia ha annunciato che non sosterrà i due quesiti non assorbiti dalla riforma e che sono i più complessi (custodia cautelare e legge Severino). La riforma del Csm è ferma in Commissione Giustizia della Camera da novembre, in attesa degli emendamenti del governo. Dopo il passaggio in Consiglio dei ministri, e la decisiva spinta di Mario Draghi, Palazzo Chigi li ha ieri inviati alla Ragioneria generale dello Stato per la “bollinatura” (la valutazione del costo economico). Momenti di attesa, dunque, a Montecitorio. Diceva ieri il presidente della commissione Giustizia Mario Perantoni (M5s): “Quando saranno depositati ci sarà un breve ciclo di audizioni e verrà fissato il termine per presentare il sub-emendamenti dei gruppi”. Il voto inizierà quindi ai primi di marzo, obbligando a una corsa contro il tempo Camera e Senato, visto che le nuove regole dovrebbero valere per il rinnovo del Csm a luglio.

Proprio l’obbligo per il Parlamento di approvare la riforma entro maggio rende meno dirompenti tre dei cinque referendum targati Lega e Partito Radicale, perché riguardano norme che dovranno essere assorbite dalla riforma stessa. I tre quesiti riguardano le firme per presentare le candidature all’elezione del Csm, la presenza degli avvocati nei Consigli giudiziari che valutano i magistrati e la separazione delle funzioni dei magistrati. Al di là di questo Salvini può esultare tanto che parla di “vittoria”. Sulla stessa linea Forza Italia, con Pierantonio Zanettin, Renato Schifani e il sottosegretario Francesco Paolo Sisto che sottolinea che “la democrazia diretta (cioè i referendum, ndr) non è mai contro quella rappresentativa”. Anche Coraggio Italia, Italia Viva e Azione, con Enrico Costa, insistono sul pungolo al Parlamento dei referendum. Detta più semplice, il fatto che siano stati ammessi costringe il Parlamento ad emendare l’attuale testo in modo tale da evitare il ricorso alle urne.

Più complesso il dibattito sugli altri due quesiti non assorbibili dalla riforma del Csm: l’abrogazione della Legge Severino e nuovi limiti alla custodia cautelare. Su questi potrebbe scricchiolare la maggioranza e soprattutto il centrodestra. Fdi ha annunciato che non li sosterrà mettendo sul tavolo un elemento in più di divisione nella coalizione già in forte tensione. Potrebbe essere il Pd a togliere le castagne dal fuoco. Questa contrapposizione infatti si potrebbe risolverebbe con la ricetta di Stefano Ceccanti: il Parlamento può modificare queste due leggi cambiandole ed evitando dei “buchi normativi” pericolosi per il contrasto alla corruzione. Vuoti che il Pd, ha detto Alfredo Bazoli, giudica “sbagliati”. Sulla stessa linea i 5 Stelle per cui la legge Severino è un totem intoccabile. Il punto è quando e come fare queste modifiche: il tempo è poco (i referendum dovrebbe tenersi tra maggio e giugno). I temi sono talmente divisivi che si fatica ad immaginare una sintesi utile ad evitare le urne.

Così, se alla fine i due referendum verranno celebrati, Salvini avrà un problema in più in casa e altri scossoni sia nella maggioranza che nel centrodestra. “Voglio proprio vedere come farà Salvini a gestire questi referendum” diceva ieri sera Vittorio Ferraresi, ex sottosegretario alla Giustizia ai tempi di Bonafede. Anche perché alla fine potrebbe essere tutta fatica inutile: senza il quorum i quesiti e le relative modifiche cadranno nel nulla. Non c’è dubbio poi che aver tolto di mezzo fine vita, cannabis e responsabilità diretta dei magistrati – giudicati inammissibili dalla Corte – eviterà ai cittadini di votare a al Parlamento di scannarsi su temi da sempre a rischio di far saltare maggioranze e governi.

E su cui invece, anche ieri sera in una inedita quanto utilissima conferenza stampa, il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato ha inviato nuovamente il Parlamento ad esprimersi. E a farlo in fretta perché si tratta di temi molto sentiti dai cittadini. Lui, la Corte, non lo hanno potuto fare perché i quesiti erano scritti male e fuorvianti. E nel dire queste parole si è percepita tutta l‘amarezza dell’uomo che si è dovuto fermare di fronte alla regole imposte dalla Costituzione di cui è il supremo custode.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.